Dipartimento di Linguistica

docenti



Maria Teresa Ademollo Gagliano

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Benedetta Baldi

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Ricevimento

ufficio 84 (attico)
lunedì 15,00-17,00




Fabrizia Baldissera

 

 

OFF offerta formativa della facoltà




Lidia Bettini

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Neri Binazzi

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Anno accademico 2009-2010

Organizzazione
Sono previsti un modulo compatto (12 CFU) destinato agli studenti della triennale L6 (Studi geografici e antropologici) e un modulo da 6 CFU destinato agli studenti della LM 39 (Linguistica), entrambi nel primo semestre.

Orario delle lezioni

Corso per L6

lunedì 13-15 (aula 9)
martedì 13-15 (aula 8)
mercoledì 13-15 (aula 1)

Corso per LM39

mercoledì 17-19 (aula 15)
giovedì  15-17 (aula 1)
venerdì 17-19 (aula 14)

Ricevimento studenti
giovedì 17-18,30 (Dipartimento di Linguistica, Sala delle riviste)

Programmi d'esame

Corso per L6 (12 CFU)

Gli studenti dovranno dimostrare di aver appreso concetti e spiegazioni illustrati durante il corso, a cui fanno riferimento anche i materiali da riprodurre ("Fotocopie delle lezioni").

In aggiunta a questo, si dovranno preparare i seguenti testi, organizzati per aree tematiche:

Connotati  dell'oralità e tutela della lingua  madre

W.J. Ong, Oralità e scrittura (capitoli 1, 3, 4)
L.M. Savoia, "La legge 482 sulle minoranze linguistiche storiche"
Nascita del concetto di dialetto e connotazione gerarchica del rapporto lingua-dialetto in Italia
M. Alinei, "Dialetto, un concetto rinascimentale fiorentino"
G. Berruto, "Lingua, dialetto, diglossia, dilalìa"
M.R. Baroni e altri, "Siciliani e Veneti a Padova. Uno studio sociolinguistico sperimentale"

La tensione verso l'italiano e il problema dell'identità linguistica

A. Gramsci, "Analfabetismo e vita sociale"
F. Lo Piparo, "Il concetto ascoliano di sostrato"
L.M. Lombardi Satriani, "Dal dialetto alla lingua: riscatto sociale o perdita di identità?"
G. Marcato, "Fu così che cercammo di far suicidare il dialetto"
G. Berruto, "Parlare dialetto alle soglie del Duemila"
T. Telmon e S. Canobbio, "Autobiografie linguistiche"

I dialetti italiani: origini e articolazione secondo i principali fenomeni linguistici

G. Devoto, "La frantumazione della latinità"
C. Tagliavini, "Il sostrato preromano"
G. Rohlfs, "La struttura linguistica dell'Italia"
G. Rohlfs, "L'Italia dialettale"
C. Marcato, Dialetto, dialetti e italiano (cap. 10: "Le aree dell'Italia dialettale").

La geografia delle parole: aree linguistiche e aree culturali

L. Massobrio, "Gli Atlanti linguistici"
C. Grassi, "Parole e strumenti del mondo contadino"
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Corso per LM 39 (6 CFU)

Le lezioni frontali consisteranno in lettura e commento dell'articolo di G.B. Pellegrini "I cinque sistemi linguistici dell'italo-romanzo".
Per quanto riguarda il lavoro individuale il programma prevede la preparazione di un manuale e di una serie di testi:

Manuale
M. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Roma-Bari, Laterza 2009.

Testi
M. Alinei, "Dialetto, un concetto rinascimentale fiorentino"
G. Berruto, "Lingua, dialetto, diglossia, dilalìa"
Grassi-Sobrero-Telmon, Fondamenti di dialettologia italiana (cap. 3: pp. 71-127)
Dante Alighieri, De vulgari eloquentia (capitoli I e IX-XVI; ed. a cura di V. Coletti)
G.I. Ascoli, "L'Italia dialettale"
G. Rohlfs, "La struttura linguistica dell'Italia"
G. Rohlfs, "L'Italia dialettale"
B. Terracini, "Come muore una lingua", in Id. Conflitti di lingue e di cultura
C. Tagliavini, "Il sostrato preromano", in Id. Le origini delle lingue neolatine

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Programma da 6 CFU per studenti non frequentanti "ex 509"

Parte generale

W.J. Ong, Oralità e scrittura (capitoli 1, 3, 4)
F. Avolio, Lingue e dialetti d'Italia, Roma, Carocci 2009
G. Berruto, Prima lezione di sociolinguistica (capitolo 1: "I fatti sociolinguistici")

Caratteristiche di aree dialettali

Ogni studente dovrà preparare 4 capitoli a scelta (corrispondenti a 4 diverse regioni) del volume di G. Devoto e G. Giacomelli I dialetti delle regioni d'Italia). 

Esami

Appello invernale: 18 gennaio (ore 9,00) e 15 febbraio (ore 9,00)
Appello straordinario di primavera:

Off offerta formativa della facolta





Luciana Brandi

arrow.gif torna alla pagina del docente 
arrow.gif Master di I livello in "Disturbi del linguaggio e della comunicazione"

 

neurone attivo

AVVISI

Ricevimento: ore 10.00-11.00 St. 35 I piano Via S. Reparata

Causa sovrapposizione con il Consiglio di Facoltà, il ricevimento di mercoledì 15 dicembre avrà luogo nella stanza 35 I piano in Via Santa Reparata dalle ore 15 alle ore 16. Dopo le vacanze natalizie, il ricevimento riprenderà dal giorno 12 gennaio 2011.

Inizio modulo interdisciplinare: Pratiche interculturali. Il corpo/i corpi: figurazioni per una lettura sessuata della storia, del potere, della lingua.

L11 Psicolinguistica 2 CFU 6

Si informa che lunedì  15 novembre ore 15,00 st. 8 I piano, Dip.to Lingue, Letterature e Culture comparate,  inizierà  il corso interdisciplinare Pratiche interculturali. Il corpo/i corpi: figurazioni per una lettura sessuata della storia, del potere, della lingua e della cultura, tenuto dalle prof. Brandi, Saracgil, Tarantino e rivolto agli studenti che intendono sostenere un esame di Psicolinguistica 2, Letteratura turca 2, Letteratura rumena 2 (6 CFU). Le lezioni proseguiranno con il seguente orario: lunedì, martedì , mercoledì  15,00-17,00 . La lezione di mercoledì  17 novembre, data la concomitanza dello sciopero del personale universitario,  è spostata a giovedì  18  novembre ore 11.00-13.00, stesso luogo.


Link utili

 programmi vecchi:aa. 2008-2009anni_precedenti

mercoledì 13.00-14.00 Stanza 8 Ex-Architettura


Off offerta formativa della facoltà


Esami

giovedì 2 dicembre 2010 ore 14
(appello straordinario riservato a studenti lavoratori e fuori corso) 


A.A. 2010/2011

PSICOLINGUISTICA

 

Triennio L11

Modulo di base (6 CFU)

Inizio lezioni: martedì 28 settembre 2010 aula 10 V. Santa Reparata

Orario lezioni: lunedì 9-11 aula 4 V. Santa Reparata; martedì 9-11 aula 4 V. Santa Reparata; mercoledì 9-11 aula 4 V. Santa Reparata

L'iscrizione al corso è possibile fino a mercoledì 6/10 (esclusivamente durante le ore di lezione).    

Contenuto del corso

L'acquisizione del linguaggio da 1 a tre anni. L'analisi dei processi che guidano l'apprendimento della lingua nativa da 1 a 3 anni di età verrà svolta tramite l'esame puntuale dei dati linguistici raccolti su una bambina in contesti di comunicazione spontanea in situazione familiare.

 Programma d'esame

a.   Studenti frequentanti

1. Appunti del Corso

2. Aglioti S. M., Fabbro F., Neuropsicologia del linguaggio, Bologna, Il Mulino, 2006.

3. Guasti M. T., L'acquisizione del linguaggio, Roma, Raffaello Cortina, 2007.

b.   Studenti part-time

1. Aglioti S. M., Fabbro F., Neuropsicologia del linguaggio, Bologna, Il Mulino, 2006.

2. Guasti M. T., L'acquisizione del linguaggio, Roma, Raffaello Cortina, 2007.

N.B.: avvertenza relativa ai punti a. e b.:

NON è richiesta la conoscenza approfondita delle SOLE parti del programma di seguito indicate:

1. cap. 4 di Aglioti S. M., Fabbro F., Neuropsicologia del linguaggio

2. cap. 6 e cap. 8 di Guasti M. T., L'acquisizione del linguaggio

 

Obiettivi formativi

Acquisire specifici contenuti di conoscenza sui processi che guidano l'acquisizione del linguaggio durante i primi anni, cioè nel periodo che precede l'emergere della produzione di frasi complesse nel bambino/nella bambina. Discutere i metodi per investigare la materia, all'interno di una visione teorica più generale sul funzionamento del linguaggio.

Prerequisiti

Data la natura di base del corso, non sono richiesti prerequisiti.

Metodi didattici

Lezioni frontali

Modalità di verifica apprendimento

Esami orali

Programma del corso

La percezione del linguaggio nei primi due anni: i processi di segmentazione dell'onda acustica.La produzione di una, due, tre parole e oltre, nello sviluppo del parlato; la produzione di formule ed il loro possibile ruolo nella crescita del linguaggio e della comunicazione. Ipotesi sulla grammatica sottostante i processi osservati. Le regioni neuroanatomiche e le reti neurofisiologiche coinvolte in tale processualità.

Altre informazioni

Il corso si svolge nel I semestre

  

Triennio L11

Modulo II (6 CFU)

Corso interdisiplinare

Inizio lezioni: lunedì 15 novembre 2010 stanza 8 V. Santa Reparata

Orario lezioni: lunedì 15-17 stanza 8 V. Santa Reparata; martedì 15-17 stanza 8 V. Santa Reparata; mercoledì 15-17 stanza 8 V. Santa Reparata.

Contenuto del corso

Pratiche interculturali. Il corpo/i corpi: figurazioni per una lettura sessuata della storia, del potere, della lingua e della cultura.

Corso interdisciplinare tenuto in copresenza dalle prof. Brandi, Saracgil, Tarantino e rivolto agli studenti che intendono sostenere un esame di Psicolinguistica 2, Letteratura turca 2, Letteratura rumena 2 (6 CFU).  

 

Biennio LM39

Modulo I (6 CFU)

Inizio lezioni: martedì 28 settembre 2010 aula 16 V. degli Alfani

Orario lezioni: lunedì 11-13 aula 16 V. degli Alfani; martedì 11-13 aula 16 V. degli Alfani; mercoledì 11-13 aula 16 V. degli Alfani

L'iscrizione al corso è possibile fino a mercoledì 6/10 (esclusivamente durante le ore di lezione)   

Contenuto del corso

I disturbi del linguaggio negli adulti e negli anziani: afasie e demenze fronto-temporali.

Programma d'esame

Obiettivi formativi

Conoscere le relazioni tra funzioni linguistiche e architettura cerebrale attraverso l'analisi dei vari tipi di afasie, esito di disturbi vascolari, e delle demenze.

Prerequisiti

La conoscenza della lingua inglese.

Metodi didattici

Lezioni frontali

Modalità di verifica apprendimento

Esami orali.

Programma del corso

Descrizione dei vari tipi di afasia a seguito di ictus o disturbi vascolari. Analisi della rete neurale che emerge dai dati clinici esaminati e ricaduta sulla teoria del linguaggio in generale.

Altre informazioni

Il corso si svolge nel I semestre.

 

Modulo II (6 CFU)

Inizio lezioni: martedì 9 novembre 2010 aula 16 V. degli Alfani

Orario lezioni: lunedì 11-13 aula 16 V. degli Alfani; martedì 11-13 aula 16 V. degli Alfani; mercoledì 11-13 aula 16 V. degli Alfani

Contenuto del corso

Perseverazioni narrative nel Disturbo Cognitivo Lieve.

Programma d'esame

Obiettivi formativi

Conoscere le relazioni tra funzioni linguistiche e architettura cerebrale attraverso l'analisi dei vari tipi di afasie, esito di disturbi vascolari, e delle demenze. All'interno di tale quadro, studiare le perseverazioni narrative nella demenza pre-Alzheimer, quale ponte verso la comprensione del processing formulaico ed ecolalico nel quadro più generale dello sviluppo e del funzionamento del linguaggio.

Prerequisiti

La conoscenza della lingua inglese.

Metodi didattici

Lezioni frontali e attività seminariali.

Modalità di verifica apprendimento

Esami orali e relazioni orali su specifici argomenti.

Programma del corso

Descrizione dei vari tipi di afasia a seguito di ictus o disturbi vascolari. Descrizione dei disturbi che insorgono con le demenze , quali afasia progressiva primaria, disturbo cognitivo medio, perseverazioni. Analisi della rete neurale che emerge dai dati clinici esaminati e ricaduta sulla teoria del linguaggio in generale.

Altre informazioni

Il corso si svolge nel I semestre. Nella seconda parte del corso, la bibliografia sarà precisata sulla base dei seminari svolti dagli/dalle studenti.


A.A. 2009/2010
PSICOLINGUISTICA

Triennio L11 modulo di base (6 CFU) 2009/2010
Inizio lezioni: lunedì 28 settembre 2009
Orario lezioni: lunedì 9-11 aula 7 Santa Reparata; martedì 9-11 aula 13 Alfani; mercoledì 9-11 aula 7 Santa Reparata

Contenuti
I processi di percezione e produzione del linguaggio in età evolutiva e nell'adulto, visti nel quadro della neurobiologia delle funzioni linguistiche.

Testi di riferimento

Obiettivi formativi: Impadronirsi di conoscenze relative ai processi di percezione e produzione del linguaggio, articolati sui differenti livelli: fonetica, fonologia, lessico, sintassi; stabilire relazioni con i correlati neurofisiologici di tali processi, entro un quadro di neuroanatomia del linguaggio; investigare l'acquisizione del linguaggio nell'infanzia focalizzandone le dinamiche evolutive sia nella normalità che nel disturbo.

Prerequisiti: Essendo un corso di base, non sono richieste conoscenze specifiche. Si richiede tuttavia una minima conoscenza della lingua inglese.

Metodi didattici: Lezioni frontali.

Altre informazioni: Modalità di verifica dell'apprendimento: esame orale

Programma esteso
Argomenti: Lo sviluppo della percezione e della produzione del linguaggio nel bambino; neuroanatomia e neurofisiologia dei processi di percezione e produzione. I disturbi del linguaggio nel bambino; i disturbi dell'apprendimento nel bambino; i disturbi del linguaggio nell'adulto. Il dominio della fonologia, fonologia lessicale, fonologie non lineari. Concetti fondamentali di sintassi.


Biennio LM39 modulo di base (6 CFU) 2009/2010

Inizio lezioni: lunedì 28 settembre 2009
Orario lezioni: lunedì, 11-13 aula 16 Alfani; martedì 11-13 aula 16 Alfani; mercoledì 11-13 aula 16 Alfani

Contenuti
L'evoluzione del linguaggio nell'ontogenesi e nella filogenesi: il contributo dei neuroni specchio.

Testi di riferimento

Testi aggiuntivi

 1 1 (552.48 KB) - 2 2 (822.08 KB) - 3 3 (203.37 KB) 4 4 (318.35 KB) - 5 5 (123.40 KB) 6 6 (2.91 MB) 8 8 (186.94 KB)

Obiettivi formativi: Saper ragionare sulle ricadute per la teorizzazione psicolinguistica e linguistica, delle conoscenze emergenti da recenti studi di neurofisiologia. Acquistare un'ottica interdisciplinare nel trattamento delle questioni legate ai processi di funzionamento del linguaggio nella normalità e nel disturbo.

Prerequisiti: Conoscenze di base di linguistica generale e psicolinguistica. Conoscenza della lingua inglese.

Metodi didattici: lezioni frontali.

Altre informazioni: Durante il corso potranno essere sviluppati filoni di indagine che richiederanno una ulteriore precisazione bibliografica

Modalità di verifica dell'apprendimento: Esame orale

Programma esteso
Come si origina la scoperta dei neuroni specchio nello scimpanzè. Ricerca delle corrispondenze nelle aree cerebrali degli esseri umani. Rapporto fra neuroni specchio e aree deputate al linguaggio. Ruolo degli aspetti motori per la teoresi sul linguaggio. Modelli somatotopici. Problematizzare il percorso dall'azione alla cognizione: la questione dell'astrazione.


Biennio LM39 modulo avanzato (12 CFU) 2009/2010

Inizio lezioni: lunedì 28 settembre 2009
Orario lezioni: lunedì, 11-13 aula 16 Alfani; martedì 11-13 aula 16 Alfani; mercoledì 11-13 aula 16 Alfani
Contenuti L'evoluzione del linguaggio nell'ontogenesi e nella filogenesi: dallo studio dei disturbi del linguaggio, derivare alcune ipotesi sui processi implicati in: Afasia Progressiva Primaria , Demenza Semantica, Sindrome di Alzheimer.

Materiali per il seminario

 2 pdf 2 pdf (373.68 KB) ,4 pdf 4 pdf (329.71 KB) , 5 pdf 5 pdf (256.49 KB) , 8 pdf 8 pdf (828.14 KB) , 11 pdf 11 pdf (635.70 KB) , 12 pdf 12 pdf (119.13 KB) , 12 a pdf 12 a pdf (1.23 MB) , 17 pdf 17 pdf (1.22 MB)

Materiali collegati

1 pdf 1 pdf (499.93 KB) , 10 pdf 10 pdf (640.95 KB) , 8 pdf 8 pdf (885.92 KB) , 19 pdf 19 pdf (50.19 KB)

Obiettivi formativi: Acquisire conoscenze nel campo dei disturbi del linguaggio dell'età anziana, con particolare attenzione a: i rapporti fra linguaggio e memoria nell'Alzheimer, le forme logopeniche, agrammatiche e miste nell'Afasia Progressiva Primaria, nominazione di oggetti nella Demenza Semantica.

Prerequisiti: Conoscenze avanzate di linguistica generale e psicolinguistica. Conoscenza della lingua inglese

Metodi didattici: Lezioni frontali e attività seminariali.
Altre informazioni: Durante il corso potranno essere sviluppati filoni di indagine che richiederanno una ulteriore precisazione bibliografica

Modalità di verifica dell'apprendimento: Esame orale o relazione scritta da presentare anche oralmente durante l'attività seminariale.

Programma esteso
Le forme logopeniche, agrammatiche e miste nell'Afasia Progressiva Primaria; rapporto fra APP e Demenza Semantica; nominazione di oggetti nella Demenza Semantica; caratteristiche del morbo di Alzheimer; la relazione tra linguaggio e memoria nell'auto-ecolalia differita.




programma 2008-2009

2008-2009

A. Psicolinguistica

Percezione e produzione del linguaggio in età evolutiva e nell'adulto

I° Semestre, Durata: 30 ore, CFU: 6

Corsi di Laurea
Modulo di base I anno CLT Lingue, Letterature e studi interculturali
Modulo di base II e III anno CLT Studi Interculturali

Modulo di base II e III anno CLT Lingue e Letterature Straniere

Processi di acquisizione della lingua nativa. Accenni al bilinguismo. Dalle caratteristiche linguistiche agli aspetti funzionali, nella neurobiologia del linguaggio. Principali disturbi del linguaggio in età evolutiva . Comprensione e produzione del linguaggio nell'adulto. Perdita del linguaggio nell'afasia primaria progressiva.

Testi di riferimento
Laudanna A. , Voghera M., Il linguaggio. Strutture linguistiche e processi cognitivi, Bari, Laterza, 2006.

Obiettivi formativi dell'insegnamento
fornire una preparazione psicolinguistica di base, nell'intreccio tra linguistica, psicologia e neurologia.

Prerequisiti necessari per seguire l'insegnamento
nessuno

Metodi didattici dell'insegnamento
lezioni frontali

Altre informazioni sull'insegnamento verranno fornite dispense per le parti trattate non comprese nel testo di riferimento.

Modalità di verifica dell'apprendimento dell'insegnamento: prova orale.


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B. Psicolinguistica (2008-2009)

Il linguaggio tra ontogenesi e filogenesi

per il download del programma del corso e del materiale disponibile in formato elettronico si veda la dispensa "Programma LM39 mod. 1" e le atre dispense in essa indicate alla pagina: http://www4.unifi.it/flett/index.php?module=PostWrap&page=docenti (sezione "Materiale didattico" di OFF)

I° Semestre, Durata: 30 ore, CFU: 6

Corsi di Laurea
Modulo di base CLM Linguistica
Modulo avanzato CLT Studi Interculturali

Programma esteso
Partendo da Rousseau, Essais sur l'origine des langues, vengono affrontati alcuni temi nell'ottica del confronto tra lo sviluppo del linguaggio nella persona e l'evoluzione del linguaggio nella specie umana: come l'infante impara a parlare, tra musicalità e replicazione; neuroni specchio e linguaggio, tra l'azione ed il gesto articolatorio; neurobiologia del linguaggio; il ruolo dei lobi frontali nello sviluppo e nell'evoluzione; il cervello dislessico e i neuroni della lettura; afasie e linguaggio formulaico.

Testi di riferimento
Saranno usate alcune parti dai seguenti testi:

J .J. Rousseau, Essais sur l'origine des langues, Paris, Gallimard, 1990.
B. de-Boysson Bardies, Comment la parole vient aux infants, Paris, Jacob, 1996.
S. Carroll, Infinite forme bellissime, Torino, Codice 2006.
J. P. Changeux, L'uomo di verità, Milano, Feltrinelli, 2003.
S. Dehaene, Les neurones de la lecture, Paris, Jacob, 2007.
M. Iacoboni, I neuroni specchio, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.
A. Marini, Manuale di neurolinguistica, Roma, Carocci, 2008.
S. Mithen, Il canto degli antenati, Torino, Codice, 2007.
C. Yang, Il dono infinito, Torino, Codice 2007.
A. Wray, Formulaic language and the lexicon, Cambridge Univ. Press 2002.
Obiettivi formativi dell'insegnamento
Fornire una competenza psicolinguistica su temi connessi al rapporto fra sviluppo nella persona ed evoluzione nella specie della facoltà di linguaggio, se considerata dalla prospettiva di alcune abilità/disabilità linguistiche.

Prerequisiti necessari per seguire l'insegnamento
conoscenze di base di linguistica

Metodi didattici dell'insegnamento
lezioni frontali

Altre informazioni sull'insegnamento
I materiali di difficile reperimento verranno messi a disposizione in formato on line, quando possibile, o altrimenti cartaceo.

Modalità di verifica dell'apprendimento dell'insegnamento
prova orale

 


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C. Psicolinguistica (2008-2009)

Alcuni disturbi della comunicazione e del linguaggio in età evolutiva e nell'adulto.

I° Semestre, Durata: 30 ore, CFU: 6

Corsi di Laurea
Modulo di base CLM Linguistica

Programma esteso
Disturbi specifici del linguaggio. Disturbi del linguaggio associati all'autismo. Afasia primaria progressiva. Demenza semantica.

Testi di riferimento
In preparazione la scelta di articoli sulle riviste internazionali specializzate.

Obiettivi formativi dell'insegnamento
Fornire competenze specializzate nel campo dei principali disturbi del linguaggio nell'arco della vita della persona, con un'ottica di confine tra linguistica e neurologia.

Prerequisiti necessari per seguire l'insegnamento
Competenze consolidate linguistiche e psicolinguistiche.

Metodi didattici dell'insegnamento
lezioni frontali

Altre informazioni sull'insegnamento
il corso verterà anche sul trattamento di casi clinici specifici.

Modalità di verifica dell'apprendimento dell'insegnamento
prova orale

 




encefalo
encefalo


Amalia Catagnoti

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Jacopo Caucci

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Giovanni Conti

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Belinda Crawford

Lingua inglese - Facoltà di Economia

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dott.ssa Belinda Crawford

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English Version

Belinda Crawford Camiciottoli is a tenured researcher of English Language at the Faculty of Economics and member of the Department of Linguistics of the University of Florence. She holds a PhD (cum laude) and Interuniversity Diploma of Advanced Studies (DEA) in Applied Linguistics from Universitat Jaume I, Departamento de Estudios Ingleses, Castellón de la Plana, Spagna. She received her M.Ed from Framingham State College (Framingham, MA) and B.MEd. from Florida State University (Tallahassee, FL).
In 2005, she was a visiting lecturer at Universitat Jaume I, Castellón de la Plana, Spagna. In 2002, she was the recipient of the Morley Scholarship for Studies in Second Language Learning and Teaching and spent two months carrying out research at the English Language Institute of the University of Michigan (Ann Arbor, MI). From 2001 to 2003, she served as online business writing tutor for Columbia University, New York, NY.
Her current research focuses mainly on academic and professional discourse related to the area of business, with particular reference to business studies lectures and ICT-mediated corporate communication. She has participated in several interuniversity research projects co-financed by the Italian Ministry of University Research as a member of the Florence research unit:
She has published in leading international journals including Journal of Pragmatics, English for Specific Purposes, Journal of English for Academic Purposes, Journal of Research in Reading and Reading in a Foreign Language, which she has also served as referee.
She is a member of AIA (Associazione Italiana di Anglistica), ESSE (European Society of Studies of English) e ABC (Association for Business Communication).

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Carlo De Montemayor



Arianna Fiore



Francesca Fraccaro

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A.a. 2008-2009 

Laurea Magistrale in Lingue e Civiltà dell'Oriente antico e moderno

Letteratura giapponese (modulo di 6 CFU): Introduzione a Shiga Naoya: leggere Manazuru

II semestre
Mercoledì, h. 9-10 (via Alfani, aula 12)
Giovedì, h. 9-10 (via Alfani, aula 16)
Venerdì, h. 9-10 (via Alfani, aula 1

Ricevimento: mercoledì, h. 10-11 e giovedì h. 10-12 (P.zza Brunelleschi, Attico, stanza 91)

 


Il modulo introduce alla figura di Shiga Naoya (1883-1971), «dio della narrativa» (shôsetsu no kamisama) annoverato tra i grandi maestri del Novecento. L'autore verrà inquadrato sullo sfondo dei movimenti letterari d'epoca Taishô (1912-1926), a cominciare dalla corrente antinaturalista di cui Shiga fu leader, la «scuola della betulla bianca» (Shirakabaha ), e procedendo poi all'esame dei dibattiti critici sul romanzo e sulla trama che dalla metà degli anni Venti opposero lo watakushishôsetsu alla narrativa di finzione e di intrattenimento. Esponente di spicco del «racconto di stati d'animo» (shinkyô shôsetsu), un sottogenere dello watakushishôsetsu, Shiga diede vita a una scrittura antinarrativa, lirica, che per la sua immediatezza venne a identificare agli occhi della critica l'apice etico ed estetico di una letteratura «pura», scevra di compromessi col mercato e non asservita all'intrattenimento del pubblico. Specchio di emozioni e umori (kibun), espressione di un «ritmo spirituale» (seishin no rizumu), la produzione di Shiga si impernia su un ideale di "autenticità" che nei suoi molteplici risvolti costituirà il principale oggetto di indagine delle lezioni introduttive al breve racconto Manazuru (Manazuru, 1920).

Il corso si svolgerà parte in forma frontale, e parte in forma seminariale: a turno gli studenti parteciperanno alla traduzione in classe del racconto preso in esame.

La verifica finale consisterà in un esame orale incentrato sugli argomenti trattati nella parte introduttiva a Shiga Naoya e sulla traduzione, analisi e commento di brani scelti da Manazuru.

Bibliografia

Traduzioni e fonti critiche in lingue occidentali:

N.B.: I testi contrassegnati da asterisco sono letture obbligatorie.




Marcello Garzaniti

 

  

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CercaChi

  prof. Garzaniti

 




Bibliografia prof. Garzaniti (1985-2011)

Monografie

1. Il cristianesimo in Russia da Vladimir a Pietro il Grande, Roma 1988, pp.182.

2. Sacerdotium" e "Imperium" a Mosca fra il XV e il XVI sec., Roma 1990, pp.90.

3. Daniil egumeno, Itinerario in Terra santa, introduzione, traduzione e note a cura di M. Garzaniti, Roma 1991, pp.208.

4. Die altslavische Version der Evangelien. Forschungsgeschichte und zeitgenössische Forschung, Köln, Weimar, Wien 2001, pp.VI+795.

Cura di volumi e di voci enciclopediche

 

1. Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dipartimento di Letterature e linguistica, Lessico Universale Italiano, II Supplemento, 2 voll., Roma 1998.

2. Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Letterature, Appendice 2000, Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, 5 voll., Roma 2001.

3. Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Letterature, La Piccola Treccani. Dizionario Enciclopedico. Supplemento, 2 voll., Roma 2002.

4. Contributi italiani al XIII Congresso internazionale degli Slavisti (Ljubljana 15-21 Agosto 2003), a cura di, A. Alberti, M. Garzaniti, S. Garzonio, Pisa 2003.

5. A.-E. N. Tachiaos, Cirillo e Metodio di Tessalonica. Le radici cristiane della cultura slava, a cura di M. Garzaniti, Milano 2005.

6. Giorgio La Pira e la Russia, a cura di M. Garzaniti, L. Tonini, Firenze 2005.

7. Il tempo dei santi fra Oriente e Occidente. Liturgia e agiografia dal tardo antico al Concilio di Trento". Atti del IV Congresso internazionale di Studio dell'AISSCA (Firenze 26-28 ottobre 2000), a cura di A. Benvenuti, M. Garzaniti, Roma 2005.

8. E. Gasparini, Il matriarcato slavo. Antropologia culturale dei Protoslavi, a cura di M. Garzaniti, D. Possamai, 3 voll., Firenze 2010.

9. Forum MASSIMO IL GRECO, FIRENZE E L'UMANESIMO ITALIANO, a cura di M. Garzaniti, F. Romoli,  in Studi slavistici VII (2010), pp. 239-394.

(http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/9210/8496)

10. IN CHRISTO. Uno scambio di capolavori dell'arte e della fede fra Russia e Italia. Giotto e il polittico di santa Reparata alla Galleria Tretyakov di Mosca. Rublëv, Dionisij e l'Odighitria di Pskov nel Battistero di Firenze, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011 (membro dell'Advisory board e supervisore delle traduzioni).

Articoli

 

1. Viaggio dell'egumeno Daniele in Terra santa. Un pellegrino della Rus' in Palestina nel XII sec., in «Studi e ricerche sull'Oriente cristiano» 2, 1985, pp.93-135.

2. Problematica esistenziale e riflessione filosofica nel "primo Tolstoj", in P. Cazzola, a cura di, Il primo Tolstoj, Bologna 1985, pp.67-84.

3. Genesi narrativa di un racconto di Tolstoj: Al'bert, in «Lingua e stile», 1, 1987, pp.73-89.

4. La politica ecclesiastica della Chiesa Russa fra il XV e il XVI sec. in Studi e ricerche sull'Oriente cristiano, 1, 1987, pp.3-18.

5. Il viaggio a Roma della delegazione russa al Concilio di Ferrara-Firenze, in G. Alberigo, a cura di, Christian Unity. The Council of Ferrara-Florence 1438/39 - 1989, Leuven 1991 pp.645-648.

6. La struttura di un aprakos breve: l'Ostromirovo Evangelie, in Ricerche slavistiche XXXIX-XL, 1 (1992-1993) pp.171-207.

7. Choždenie igumena Daniila v svjatuju zemlju. Opyt izučenija slavjanskich tekstov Svjaščennogo pisanija v palomničeskoj literature, in Drugyj mižnarodnyj kongres ukrajinistiv (L'viv, 22-28 serpnja 1993 r.). Dopovidi i povidomlennja. Literaturoznavstvo, a cura di Miždunarodna Asociacija Ukrajinistiv Akademija Nauk Ukrajini, L'viv 1993, pp.76-78.

8. I Salmi nell'Evangeliario e nell'Apostolo (X-XI sec.), in Die slavischen Sprachen 34 (1994), pp. 113-150.

9. Tipologia e critica testuale dei vangeli slavo-ecclesiastici, in Quaderni del Dipartimento di Linguistica - Università di Firenze 5 (1994), pp.127-147.

10. Continuità e trasformazioni dell'evangeliario slavo-ecclesiastico, in Letterature di Frontiera IV, 2 (1994), pp.77-86.

11. "Choženie" igumena Daniila v Svjatuju zemlju. Literatura i bogoslovie na Rusi XII veka, in Slavjanovedenie 2 (1995), pp.22-37.

12. Biblejskie slova i obrazy v "Čine venčanija na carstvo Ivana IV", in A.N. Sacharov, P. Catalano, Rimsko-Konstantinopol'skoe nasledie na Rusi: ideja vlasti i političeskaja praktika. IX Meždunarodnyj Seminar istoričeskich issledovanij "Ot Rima k Tret'emu Rimu". Moskva 29-31 maja 1989 g., Moskva 1995, pp.226-230.

13. L'animatezza in paleoslavo. Presenza ed estensione nei manoscritti paleoslavi dei vangeli, in Quaderni del Dipartimento di Linguistica - Università di Firenze 6 (1995), pp.205-211

14. La prima traduzione slava dei vangeli e la sua tradizione manoscritta. Appunti per una storia degli studi ottocenteschi, in Ricerche slavistiche XLIII (1996), pp.63-145.

15. La recezione del Choženie Daniila nelle terre rutene fra il XVI e il XVIII sec., in Che cos'è l'Ucraina? Ščo take Ukrajina? Atti del Primo congresso dell'Associazione Italiana di Studi Ucraini (Venezia, maggio 1993), a cura di L.Calvi, G. Giraudo, Padova 1996, pp.69-74.

16. L'agiografia slavo-ecclesiastica nel contesto della liturgia bizantina. Sacra scrittura e liturgia nella composizione letteraria della Vita di Paraskeva, in Contributi italiani al XII Congresso internazionale degli slavisti (Cracovia 26 Agosto - 3 Settembre 1998), Napoli 1998, a cura dell'Associazione Italiana degli Slavisti, pp.87-129.

17. Die spirituelle Dimension der Reise in der Kiever Rus', in Die Welt der Slawen XLIII (1998), pp.229-238.

18. Pervye meždunarodnye s"ezdy Slavistov (Praga 1929, Warszawa 1934) i "Rekonstruirovannyj tekst" staroslavjanskich evangelij v izdanii J. Vajsa (Praga 1935-1936), in Veda a ideológia v dejinách slavistiky. Materialy z konferencie Stará Lesná, september 1997, a cura di T. Ivantyšynová, Bratislava 1998, pp.38-56.

19. Von der biblischen Exegese zur Entdeckung der Stämme der slawischen Kultur: Studien zum slawischen Evangelium von J. Dobrovský bis P.J. Šafařík, in Interpretation of the Bible. Interpretation der Bibel. Interprétation de la Bible. Interpretacija Svetega Pisma, a cura di J. Krašovec, Ljubljana, Sheffield 1998, pp.1479-1497.

20. Les apocryphes dans la littérature slave ecclésiastique des pèlerinage en Palestine, in Apocrypha 9 (1998), pp.157-177.

21. Evangelie v Slavia orthodoxa, in Monastyrskaja kul'tura. Vostok i zapad, a cura di E.V. Vodolazkin, Sankt-Peterburg 1999, pp.18-30.

22. Ierusalim v "Choženii igumena Daniila", in Oh, Jerusalem!, a cura di W. Moskovich, S. Schwarzband, G. Dell'Agata, S. Garzonio, Jerusalem 1999, pp.9-18.

23. "Učitel'no evangelie" Meletija Smotrickogo v kontekste cerkovno-slavjanskoj tradicii evangel'skoj gomiletiki i problema perevoda evangel'skich čtenij, in Traduzione e rielaborazione nelle letterature di Polonia, Ucraina e Russia XVI-XVIII sec., a cura di G. Brogi Bercoff, M. Di Salvo, L. Marinelli, Alessandria 1999, pp.167-186.

24. Cerkovnoslavjanskaja agiografija v vizantijskom liturgičeskom kontekste: Svjaščennoe pisanie i liturgija v literaturnoj kompozicii Žitija Paraskevy, in Slavjanovedenie 2 (2000), pp.42-51.

25. Oriente e Occidente nella Rus' di Kiev. Per un'interpretazione dello spazio geografico nella cultura kieviana, in Miti antichi e moderni tra Italia e Ucraina, a cura di K. Kostantynenko, M. Ferraccioli, G. Giraudo, I, Padova 2000, pp.147-156.

26. Il Vangelo nel mondo bizantino-slavo /The Gospels in the Byzantine-Slavic World, in http://www.florin.ms/aleph5.html a cura di Julia Bolton Holloway (2001).

27. Eventi sonori nei racconti di viaggio del Medioevo russo, in Musica e storia IX, 2 (2001), pp.473-488.

28. Sapienza del vangelo ed esegesi scritturale nell'opera di Cirillo e Metodio, in Russica Romana VIII-IX (2001-2002), pp.37-43.

29. Quale lingua per la liturgia, in Religioni e società XVII, 42. Il mondo russo dopo l'ateismo di stato (2002), pp.75-82.

30. Modelli di culto e devozione nella Rus' medievale attraverso le testimonianze dei pellegrini a Gerusalemme e a Costantinopoli, in L'età di Kiev e la sua eredità nell'incontro con l'Occidente, Roma 2003, a cura di G. De Rosa, F. Lomastro, pp.113-134.

31. Alle radici della concezione dello spazio nel mondo bizantino-slavo (IX-XI sec.), in Uomo e spazio nell'Alto Medioevo. L Settimana di studio del Centro Italiano sull'Alto Medioevo (4-8 aprile 2002), Spoleto 2003, pp.657-707.

32. Biblija i ekzegeza v Rossii načala XVI veka. Novaja interpretacija "Poslanija" starca pskovskogo Eleazarovskogo monastyrja Filofeja d'jaku Misjurju Grigor'eviču Munechinu, in Slavjanovedenie 2 (2003), pp.24-35.

33. La scoperta dei santi russi in Italia, in Firenze e San Pietroburgo. Due culture si confrontano e dialogano tra loro. Atti del Convegno (Firenze, 18-19 giugno 2003), a cura di A. Alberti, S. Pavan, Firenze 2003, pp.17-42.

34. Modelli di culto e devozione nella Rus' medievale attraverso le testimonianze dei pellegrini a Gerusalemme e a Costantinopoli, in L'età di Kiev e la sua eredità nell'incontro con l'Occidente, Vicenza 2003, a cura di G. De Rosa, pp.113-134.

35. La traduzione cirillometodiana della Bibbia, in Studi in onore di Riccardo Picchio, a cura di R. Morabito, Napoli 2003, pp.19-26.

36. Il viaggio al Concilio di Firenze. La prima testimonianza di un viaggiatore russo in Occidente, in Itineraria 2 (2003), pp.173-199.

37. Il "Decreto d'Unione" del Concilio di Ferrara-Firenze e la sua versione slava, in Oriente e Occidente a San Marco da Cosimo il Vecchio a Giorgio La Pira. Alla riscoperta della collezione di icone russe dei Lorena, a cura di G. Conticelli, M. Scudieri, Firenze 2004, pp.35-40.

38. Perevod i eksegeza na primere Evangelija carja Ivana Aleksandra, in Prevodite prez XIV stoletie na Balkanite, a cura di L. Taseva, M. Jovčeva, Ch. Voss, T. Pentkovskaja, Sofija 2004, pp.59-69.

39. Il pellegrinaggio medievale nella Slavia ortodossa. L'"Itinerario dell'egumeno Daniil in Terra santa" (XII sec.) e il "Libro Pellegrino" di Antonij (Dobrynja Jadrejkovič), arcivescovo di Novgorod (XIII sec.), in L'Europa dei pellegrini, a cura di L. Vaccaro, Milano 2004, pp.441-457.

40. Das Bild der Welt und die Suche nach dem irdischen Paradies in der Rus', in Virtuelle Räume. Raumwahrnehmung und Raumvorstellung im Mittelalter. Akten des 10. Symposiums des Mediävistenverbandes, Krems, 24.-26. März 2003, a cura di E. Vavra, Wien 2004, pp.357-371.

41. Oikoumene and Kosmos. The image of holy places in Russian pilgrimage tales, in Ierotopija. Issledovanie sakral'nych prostranstv. Materialy meždunarodnogo simpoziuma, a cura di A.M. Lidov, Moskva 2004, pp.84-86.

42. Il Concilio di Ferrara-Firenze e l'idea della "santa Russia", in Giorgio La Pira e la Russia, a cura di M. Garzaniti, L. Tonini, Firenze 2005, pp.223-239.

43. Weisheit der Evangelien und Exegese der Heiligen Schrift im Werk von Kyrill und Methodios, in Methodios und Kyrillos in ihrer europäischen Dimension, a cura di E. Konstantinou, Frankfurt a.M. 2005, pp.73-83.

44. La Pel'grimacija ili Putešestvennik di Ippolit di Vyša, ieromonaco del monastero dei santi Boris e Gleb nell'eparchia di Černihiv (1707-1709), in Jews and Slavs. Judaeo-Bulgarica, Judaeo-Russica et Palaeoslavica, a cura di W. Moskovich, Sv. Nikolova, Jerusalem 2005, pp.211-216.

45. Il culto dei santi nella Slavia ortodossa: la testimonianza dei libri del Vangelo e dell'Apostolo. Sviluppi storici e diffusione geografica: l'eredità bizantina e la formazione della prima tradizione manoscritta (X-XI sec.), in Il tempo dei santi tra Oriente e Occidente. Liturgia e agiografia dal tardo antico al Concilio di Trento". Atti del IV Convegno di studio dell'Associazione italiana per lo studio della santità, dei culti e dell'agiografia. Firenze 26-28 ottobre 2000), a cura di A. Benvenuti, M. Garzaniti, Roma 2005, pp.311-341.

46. Tra Oriente e Occidente, Conclusione al volume Il tempo dei santi tra Oriente e Occidente. Liturgia e agiografia dal tardo antico al Concilio di Trento". Atti del IV Convegno di studio dell'Associazione italiana per lo studio della santità, dei culti e dell'agiografia. Firenze 26-28 ottobre 2000, a cura di A. Benvenuti, M. Garzaniti, Roma 2005, pp.481-486.

47. La conversione degli Slavi, in Medioevo IX (2005), 12, pp.97-121.

48. Le radici nazionali dalla semiosfera al postmodernismo. Continuità e trasformazioni della critica letteraria nel mondo slavo contemporaneo, in Moderna. Semestrale di teoria e critica della letteratura VII, 1 (2005), pp.97-106

49. Il testo greco dei vangeli e la sua versione slava. Per uno studio dei rapporti fra le tradizioni manoscritte greca e slava, in Slovo 56-57 (2006-2007), pp. 159-173.

50. Centralizm i mestnye avtonomii v svete idei rimskogo universalizma v "Povesti o načale Moskvy", in Trudy Otdela drevnerusskoj literatury LVII (2006), pp.950-956.

51. Moskva i "Russkaja zemlja" v Kulikovskom cikle, in Drevnjaja Rus' 23, 1 (2006), pp.105-112.

52. L'idea della Russia in Italia attraverso la sua tradizione religiosa e i suoi santi, in Toronto Slavic Quarterly 17 (2006) (http://www.utoronto.ca/tsq/17/garzaniti17.shtml).

53. Alle origini della slavistica e della russistica italiana. I fondi librari di Maver, Lo Gatto e Colucci, in Mal di Russia amor di Roma. Libri russi e slavi della Biblioteca Nazionale. Biblioteca Nazionale Centrale (Roma, 23 ottobre 2006 - 5 gennaio 2007), a cura di M. Battaglini, Roma 2006, pp.101-106.

54. Alle origini della letteratura di pellegrinaggio della Rus': modello bizantino o modello latino?, in Itineraria 5 (2006), pp.171-200.

55. L'idée d'espace et du monde au Moyen Âge russe, in IIIe Journées doctorales en études slaves Paris (Centre d'études slaves, 6-8 février 2006) (http://www.etudes-slaves.paris4.sorbonne.fr/jd06_textes.PDF/Garzaniti.PDF).

56. Il mondo degli Slavi fra popolazioni autoctone e invasioni dall'Oriente. Storia e antropologia del mondo slavo, in La Porta d'Oriente I, 1 (2006), pp.31-45.

57. Viaggiare nel medioevo russo. Appunti sul lessico di viaggio slavo-orientale, in Quaderni del Dipartimento di Linguistica - Università di Firenze (2006), pp.197-212.

58. Psalmy i ich perevod v Evangelii i Apostole (X-XI vv.), in Mnogokratnite prevodi v južnoslavjanskoto srednevekovie. Dokladi ot meždunarodnata konferencija. Sofija, 7-9 juli 2005 g., a cura di L. Taseva, R. Marti, M. Jovčeva, T. Pentkovskaja, Sofija 2006, pp.57-90.

59. Der griechische Text der Evangelien und die slavische Version, in Studia Philologica Slavica. Festschrift für Gerhard Birkfellner zum 65. Geburtstag, gewidmet von Freunden, Kollegen und Schülern, a cura di B. Symanzyk, Berlin 2006, I, pp.139-148.

60. U istokov palomničeskoj literatury drevnej Rusi: «Choženie» igumena Daniila v Svjatuju zemlju, in «Choženie» igumena Daniila v Svjatuju zemlju v načale XII v., a cura di G.M. Prochorov, SPb. 2007, pp.270-338.

61. Il culto dei santi nella Slavia ortodossa alla luce dei libri del Vangelo e dell'Apostolo. Prima parte, in Liturgia e agiografia e tra Roma e Costantinopoli. Atti del I e II Seminario di studi . Roma - Grottaferrata 2000-2001, a cura di K. Stanchev, S. Parenti, Grottaferrata 2007, pp.89-108.

62. Slavia latina und Slavia orthodoxa: Sprachgrenzen und Religion im Mittelalter, in Grenze und Grenzüberschreitung im Mittelalter. 11. Symposium des Mediävistenverbandes vom 14. bis 17. März 2005 in Frankfurt an der Oder, a cura di U. Knefelkamp, K. Bosselmann-Cyran, Berlin 2007, pp.256-269.

63. Le récit de voyage dans la culture slave orientale, de la "Russia" de Kiev à l'époque moscovite, in École pratique des Hautes Études, Livret-Annuaire 21 (2005-2006), Paris 2007, pp.264-272.

64. Requiem per la filologia slava? Riflessioni sul Medioevo slavo e le sue tradizioni scrittorie, in Gli studi slavistici in Italia oggi, a cura di R. De Giorgi, S. Garzonio, G. Ziffer, Udine 2007, pp.315-331.

65. Slavia latina e Slavia ortodossa. Per un'interpretazione della civiltà slava nell'Europa medievale, in Studi Slavistici IV (2007), pp.29-64.

66. Introduzione, in J.A. Komenský, Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore, Praga 2007, pp.4-10.

67. Princes martyrs et dynasties régnantes en Europe Centrale et Orientale (Xe-XIe siècles), in Les cultes des saints guerriers et l'idéologie du pouvoir en Europe Centrale et Orientale (Actes du colloque international 17 janvier 2004, New Europe College, Bucarest), a cura di I. Biliarsky, R. Păun, Bucarest 2007, pp.17-33.

68. in collaborazione con A. Alberti, Slavjanskaja versija grečeskogo teksta evangelija: Evangelie Ivana Aleksandra i pravka perevoda Svjaščennogo pisanija, in Problemi na Kirilo-Metodievoto delo i na Bălgarska kultura prez XIV vek, Sofija 2007, pp.180-190 (Kirilo-Metodievski studii 17).

69. Biblejskie citaty v literature Slavia Orthodoxa, in Trudy Otdela drevnerusskoj literatury LVIII (2008), pp.28-40.

70. Anni bolognesi fra memoria e storia. In occasione degli 85 anni del prof. Piero Cazzola, in Piero Cazzola, sessant'anni intorno al pianeta Russia. Atti dell'incontro di studi Torino 26 maggio 2006, a cura di A. Malerba, Torino 2008, pp.23-27.

71. Il mondo dell'ortodossia nell'età moderna, in Le religioni e il mondo moderno, a cura di G. Filoramo, I. Cristianesimo, a cura di D. Menozzi, Torino, pp.68-84.

72. La riscoperta di Massimo il Greco e la ricezione dell'Umanesimo italiano in Russia, in Nel mondo degli Slavi. Incontri e dialoghi tra culture. Studi in onore di Giovanna Brogi Bercoff, a cura di M. Di Salvo, G. Moracci, G. Siedina, Firenze 2008, pp.173-183.

73. U istokov palomničeskoj literatury Drevnej Rusi: literaturnye modeli i praktika palomničestva, in Pravoslavnyj Palestinskij sbornik 106 (2008), pp.38-50.

74. Ocrida, Spalato e la questione dello slavo nella liturgia fra X e XI sec., in Contributi italiani al XIV Congresso Internazionale degli Slavisti (Ohrid, 10 - 16 settembre 2008), a cura di A. Alberti, S. Garzonio, N. Marcialis, B. Sulpasso, Firenze 2008, pp.63-80.

75. Alla scoperta dell'Oriente. Il «viaggio peccaminoso» del mercante russo Afanasij Nikitin, in Itineraria 7 (2008), pp.87-107.

76. Bible and Liturgy in Church Slavonic literature. A New Perspective for Research in Medieval Slavonic Studies, in Medieval Slavonic Studies. New Perspectives for Research. Études slaves médiévales. Nouvelles perspectives de recherche, a cura di J. A. Álvarez-Pedrosa, S. Torres Prieto, Paris 2009, pp.127-148.

77. Perevod s russkogo: religioznyj i filosofsko-teologičeskij jazyk, in Russkij jazyk i mnogojazyčnaja Evropa. Testirovanie, učreždenija i sredstva dlja novoj medjacii. Materialy meždunarodnoj konferencii Forli, 26-27 fevralja 2008 g., a cura di C. Berardi, L.M. Buglakova, C. Lasorsa Siedina, V. Preti, Bologna 2009, pp.91-95.

78. Heilige Schrift und Auctoritas bei Maksim Grek, in Bibel, Liturgie und Frömmigkeit in der Slavia Byzantina. Festgabe für Hans Rothe zum 80. Geburtstag, a cura di D. Christians, D. Stern, V.S. Tomelleri, München, Berlin 2009, pp.3-10.

79. Insieme con A. Alberti: Il Vangelo di Ivan Aleksandăr nella tradizione testuale dei vangeli slavi, in Studi Slavistici VI (2009), pp. 29-58.

(http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/3373/2948)

80. Due note critiche. A proposito di: M. Capaldo, Due noterelle idiosincratiche. 2. Proemium saltem legendum, "Ricerche slavistiche", VI (LII), 2008, pp. 295-300; A. Giambelluca Kossova, Edin izrjaden starobălgarski katechizis: Prologăt na Pamętŭ i žitie blaženago otŭcę našego i učitelę Methodija archiepiskopa moravĭska, in: Problemi na Kirilo-Metodievoto delo i na Bălgarska kultura prez XIV vek, Sofi ja 2007 (= "Kirilo-Metodievski studii", 17), pp. 408-424, in Studi Slavistici VI (2009), pp. 225-228 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/3383/2957).

81. Gli Slavi, l'"altra Europa" e il "Fondo Ricci" della Biblioteca centralizzata "Roberto Ruffilli" (Forlì), in Chiesa cattolica e "società sotterranea" ai tempi del comunismo. Il "Fondo Ricci" e le sue fonti per una storia delle religioni in Europa orientale, a cura di S. Bianchini, Bologna 2010, pp.53-61.

82. Alle origini della figura dello starec. La direzione spirituale nel Medioevo russo, in G. Filoramo (ed.), Storia della direzione spirituale, II. L'età medievale, a cura di S. Boesch Gajano, Brescia 2010, pp.269-278.

83. Tekstologija rukopisnoj tradicii slavjanskogo Evangelija, in Slavia 78, 3-4 (2009), pp.303-312.

84. con D. Possamai, Premessa a E. Gasparini, Il matriarcato slavo. Antropologia culturale dei Protoslavi, a cura di M. Garzaniti, D. Possamai, 3 voll., Firenze 2010, pp.VII-IX.

85. Il pellegrinaggio nel mondo bizantino-slavo, in La bisaccia del pellegrino: fra evocazione e memoria. Il pellegrinaggio sostitutivo ai luoghi santi nel mondo antico e nelle grandi religioni viventi, a cura di A. Barbero, S. Piano, Ponzano Monferrato 2010, pp.249-256.

86. Per una ermeneutica del mondo slavo fra storia e filologia, in Studi Linguistici e Filologici Online. Rivista Telematica del Dipartimento di Linguistica dell'Università di Pisa, 8.2 (2010), pp. 223-238 (http://www.humnet.unipi.it/slifo/).

87. L'altra sponda dell'Adriatico fra Umanesimo e Rinascimento, in Firenze e Dubrovnik all'epoca di Marino Darsa (1508-1567). Atti della Giornata di studi Firenze, 31 Gennaio 2009, a cura di Paola Pinelli , Firenze 2010, pp.13-21.

88. Pèlerinage et voyage spirituel dans la tradition russe, in Religions et histoire 4 (2010) Religions de Russie. Christianisme orthodoxe, islam, bouddhisme et chamanisme dans l'histoire de la Russie millénaire, pp.34-41.

89. Premessa. Forum MASSIMO IL GRECO, FIRENZE E L'UMANESIMO ITALIANO, a cura di M. Garzaniti, F. Romoli,  in Studi slavistici VII (2010), pp. 239-243.

90. Sacra scrittura, auctoritates e arte traduttoria in Massimo il Greco, in Forum MASSIMO IL GRECO, FIRENZE E L'UMANESIMO ITALIANO, a cura di M. Garzaniti, F. Romoli, in Studi slavistici VII (2010), pp. 349-363 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/9217/8503).

91. Otkrytie Vostoka: "grešnoe choženie" Afanasija Nikitina, in Trudy otdela drevnerusskoj literatury LXI (2010), pp.518-532.

92. Ohrid, Split i pitanje slavenskoga jezika u bogoslužju u X. i XI. stoljeću, in Slovo 60 (2010), S. 307-334.

93. Echi della Primavera di Praga in Italia, in Primavera di Praga, risveglio europeo. Atti del Convegno internazionale (Pisa e Firenze, 12-13 novembre 2008), a cura di F. Caccamo, P. Helan, M. Tria, Firenze 2011, pp.171-176.

94. Riflessioni per un lessico religioso e filosofico-teologico russo-italiano, in Ulica Ševčenko 25 korpus 2. Scritti in onore di Claudia Lasorsa, a cura di V. Benigni, A. Salacone, Cesena, Roma 2011, pp.62-70.

95. La fortuna dell'iconografia russa in Italia, in IN CHRISTO. Uno scambio di capolavori dell'arte e della fede fra Russia e Italia. Giotto e il polittico di santa Reparata alla Galleria Tretyakov di Mosca. Rublëv, Dionisij e l'Odighitria di Pskov nel Battistero di Firenze (19 dicembre 2011 - 19 marzo 2012), Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011, pp.99-108.

96. Sud'by russkoj ikonografičeskoj tradicii v Italii, in Vo Christe. Obmen chudožestvennymi i duchovnymi šedevrami meždu Rossiej i Italiej. Džotto i poliptich iz santa Reparata v Tretijakovskoj Galeree v Moskve. Rublev, Dionisij i Bogomater' Odigitrii v Baptisterii vo Florencii (19 dekabrja 2011 - 19 marta 2012), Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011, pp.507-519 (versione russa precedente).

97. Istoki biblejskogo bogoslovija v Drevnej Rusi, in Russkoe bogoslovie. Tradicija i sovremennost'. Sbornik statej, a cura di P. Chondzinskij, N. Ju. Suchova, Moskva 2011, pp.11-19.

98. Antilatinskie traktaty v poslanii starca Filofeja o Tret'em Rime, in Russkoe bogoslovie. Tradicija i sovremennost'. Sbornik statej, a cura di P. Chondzinskij, N. Ju. Suchova, Moskva 2011, pp.141-150.

Recensioni, cronache e discussioni

 

1. M. Hrushevsky e altri, From Kievan Rus' to moderne Ukraine: Formation of the Ukrainian nation, Harward University, Cambridge 1984; Ihor Ševčenko, Byzantine roots of Ukrainian Christianity, Harward University, Cambridge 1984, in Studi e ricerche sull'Oriente cristiano 3, 1985, pp.239-242.

2. "Da Roma alla terza Roma VII Seminario Internazionale di Studi Storici" (Campidoglio 21-23 aprile 1987), Continuità del Diritto Romano nella storia dell'Europa Orientale dalla fondazione di Costantinopoli al XIX sec., in Studi e ricerche sull'Oriente cristiano, 2, 1987, pp.141-145.

3. Conferenza internazionale su "La Bibbia slava, la sua storia e le questioni allo studio" (Moskva 19-23 giugno 1990), in Ricerche slavistiche XXXVI 1989, pp.400-404.

4. J. Bortnes, Visions of Glory. Studies in Early Russian Hagiography, English Traslation Jostein Bortnes and Paul L. Nielsen, [Slavica Norvegica V] Solum Forlag A/S: Oslo 1988, Humanities Press International, INC.: New Jersey, in Ricerche slavistiche XXXVI 1989, pp.363-366.

5. Ioann Kakridis, Codex 88 des Klosters Dečani und seine griechischen Vorlagen. Ein Kapitel der serbisch-byzantinischen Literaturbeziehungen in 14. Jahrhundert, Verlag Otto Sagner 1988, in Ricerche slavistiche XXXVII (1990) pp.544-549.

6. Christian Unity. The Council of Ferrara-Florence 1438/1439 - 1989, a cura di G. Alberigo, Leuven University Press, Leuven 1991, in Ricerche slavistiche XXXVIII (1991) pp.348-354.

7. Filologia e letteratura nei paesi slavi. Studi in onore di Sante Graciotti, a cura di G. Brogi Bercoff, M. Capaldo, J.Jerkov Capaldo, E. Sgambati, Carucci editore, Roma 1990, pp.996, in Revue des Études slaves 64/2 (1992) pp.337-339.

8. S. Senyk, A History of the Church in Ukraine, vol. I. To the End of the Thirteenth Century , Roma 1993, in Ricerche slavistiche XXXIX-XL, 2 (1992-1993/2), pp.290-301.

9. S. Ćirković, I Serbi nel Medioevo, Jaca Book, Milano 1992, in Ricerche slavistiche XXXIX-XL, 2 (1992-1993/2), pp.303-306.

10. Vittorio Peri, Orientalis Varietas. Roma e le Chiese d'Oriente. Storia e diritto canonico, Pontificio Istituto Orientale, Roma 1994, S.500, in Ostkirchliche Studien 46, 2/3 (1997), pp.206-209.

11. A. Külzer, Peregrinatio graeca in Terram Sanctam. Studien zu Pilgerführern und Reisebeschreibungen über Syrien, Palästina und den Sinai aus byzantinischer und metabyzantinischer Zeit, Peter Lang, Frankfurt a. M., Berlin, Bern, N.Y., Paris, Wien 1994, in Ostkirchliche Studien 46, 4 (1997), pp. 337-339

12. G.Giraudo - G. Maniscalco Basile, Lessico giuridico, politico ed ecclesiastico della Russia del XVI sec., Herder, Roma 1994, pp.I-CCCVIII, 1-1103, in Russica Romana IV (1997), pp.357-360.

13. Martin Eggers, Das "Großmährische Reich". Realität oder Fiktion? Eine Neuinterpretation der Quellen zur Geschichte des mittleren Donauraumes im 9. Jahrhundert, A. Hiersemann, Stuttgart 1995, 525 S., 22 Karten. Martin Eggers, Das Erzbistum des Method. Lage, Wirkung und Nachleben der kyrillomethodianischen Mission, O.Sagner, München 1996, 176 S., 10 Karten, 5 Abb., in Ostkirchliche Studien 47, 2/3 (1998), pp.218-221.

14. Riccardo Picchio, Michele Colucci (Hrsg.): Storia della civiltà letteraria russa, - I. Dalle origini alle fine dell'Ottocento, - II. Il Novecento. - III. Dizionario. Cronologia, Torino: UTET 1997. I-XVIII, 789; I-XII, 897; I-VI, 405.S., in Die Welt der Slawen XLIII (1998), pp.368-370.

15. La reinterpretazione del modello bizantino in Russia nella riflessione contemporanea. B.A. Uspenskij, Car' i patriarch. Charizma vlasti v Rossii. Vizantijskaja model' i ee russkoe pereosmyšlenie, Škola jazyki russkoj kul'tury, Moskva 1998, in Russica Romana VI (1999), pp.245-254

16. Anthony-Emil N. Tachiaos, Cyril and Methodius of Thessalonica. The Acculturation of the Slavs, New York, St Vladimir's Seminary Press, 2001, 206 S.; ISBN D-88141-198-1, in Ostkirchliche Studien 51, 3-4 (2002), pp.294-295.

17. Le citazioni bibliche nella letteratura slavo-ecclesiastica, in Studi Slavistici I (2004), pp.330-335 (Firenze University Press http://www3.unifi.it/fupriv/CMpro-v-p-83.html: cronache

18. Vladimir Vodoff, Autour du mythe de la Sainte Russie. Christianisme Christianisme, pouvoir et société chez les Slaves orientaux (Xe - XVIIe siècles), Paris, Institut d'Études Slaves, 2003, pp.288; Vladimir Vodoff, Autour du moyen âge russe. Trente années de recherche, Paris, Institut d'Études Slaves, 2003, pp.168, in Bizantinistica. Rivista di Studi Bizantini e Slavi, VI (2004), pp. 383-388.

19. Marija-Ana Dürrigl, Milan Mihaljević, Franjo Velčić (a cura di), Glagoljica i hrvatski glagolizam. Zbornik Radova s međunarodnoga znanstvenog skupa povodom 100. Obljetnice Staroslovenske Akademije i 50. Obljetnice Staroslovenskego Instituta (Zagreb-Krk 2.-6. Listopada 2002), Staroslavenski institut - Krčka biskupija, Zagreb-Krk 2004, pp.736, in Studi Slavistici II (2005), pp.308-310 (Firenze University Press http://www3.unifi.it/fupriv/CMpro-v-p-83.html:%20recensioni).

20. B.N. Florja, U istokov religioznogo raskola slavjanskogo mira (XIII vek), Sankt-Peterburg, Aletejja, 2004, pp.222, in Studi Slavistici III (2006), pp.367-371 (Firenze University Press http://epress.unifi.it/riviste/CMpro-v-p-312.html: recensioni).

21. E.I. Maleto, Antologija choženij russkich putešestvennikov XII-XV veka. Issledovanie. Teksty. Kommentarii, Moskva, Nauka, 2005, pp.440, in Studi Slavistici III (2006), pp.371-375 (Firenze University Press http://epress.unifi.it/riviste/CMpro-v-p-312.html:%20recensioni).

22. Piero Cazzola. Sessant'anni intorno al pianeta Russia (Torino, 26 Maggio 2006), in Studi Slavistici III (2006), pp. 453-455 (Firenze University Press http://epress.unifi.it/riviste/CMpro-v-p-312.html: cronache).

23. Anne-Laurence Caudano, ‘Let There Be Lights in the Firmament of the Heaven': Cosmological Depictions in Early Rus, Cambridge (Mass.) 2006 (= "Palaeoslavica", XIV, Suppl. 2), pp. XII-213, in Studi Slavistici IV (2007), pp. 305-306 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/issue/view/211).

24. Antonella Cavazza, "La Chiesa è una" di A.S. Chomjakov. Edizione documentario-interpretativa, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 366, in Studi Slavistici IV (2007), pp. 311-313 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/issue/view/211).

25. La filologia slava nell'università italiana oggi: tra ricerca e insegnamento, a cura di M. Garzaniti e N. Marcialis, in Studi slavistici V (2008), pp. 247-266 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2703/2445)-

26. Christian Hannick, Das Altslavische Hirmologion. Edition und Kommentar, Weiher, Freiburg I. Br. 2006, pp. XXIII-877, in Studi slavistici V (2008), pp.304-307 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2706/2448).

27. Pierre Gonneau, À l'aube de la Russie moscovite: Serge de Radonège & André Roublev. Légendes et images (XIVe-XVIIe siècles), Institut d'études slaves, Paris 2007, pp. 365, in Studi slavistici V (2008), pp.310-312.

(http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2706/2448)

28. Aeneas Silvius Piccolomini, Historia Bohemica, a cura di J. Hejnic e H. Rothe, Weimar, Köln - Böhlau, Wien 2005. Vol. I. Historisch-kritische Ausgabe des lateinischen Textes, a cura di J. Hejnic, con una traduzione tedesca di E. Udolph, pp. 665. Vol. II. Die frühneuhochdeutsche Übersetzung (1463) des Breslauer Stadtschreibers Peter Eschenloër, a cura di V. Bok, pp. 376. Vol. III. Die erste alttschechische Übersetzung (1487) des katholischen Priesters Jan Húska, a cura di J. Kolár, pp. 178 (= Bausteine zur slavischen Philologie und Kulturgeschichte. Reihe B, Editionen. Neue Folge 20, 1-3), in Studi slavistici V (2008), pp.312-316.

 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2706/2448)

29. P. Thiergen, M. Munk, Russische Begriffsgeschichte der Neuzeit. Beiträge zu einem Forschungsdesiderat, Böhlau Verlag, Köln-Weimar-Wien 2006, pp. 547, in Studi slavistici V (2008), pp.340-342 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2706/2448).

30. Massimo il Greco, Firenze e l'Umanesimo italiano (Firenze 22-24 novembre 2007), in Studi slavistici V (2008), pp.375-377(http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2708/2450).

31. Seminario Internazionale Massimo il Greco, Firenze e l'umanesimo italiano, Firenze 22-24 novembre 2007, in "Schede umanistiche 2008", pp.273-277.

32. Nil Sorsky: The Authentic Writings, traduzione, cura e introduzione di David M. Goldfrank, Cistercian Publications, Kalamazoo (Michigan) 2008, pp. 369, in Studi Slavistici VI (2009), pp. 407-409 (http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/3400/2974).

33. E. Santos Martinas, La cultura material de los primitivos eslavos. Un estudio sobre el léxico de los evangelios, Consejo superior de investigationes científicas, Madrid 2008, pp. XX+426, in Studi Slavistici VIII (2011): 351-352.

34. É. Teiro, L'Église des premiers saints métropolites russes, Institut des Études slaves, Paris 2009, pp. XI-417, in Studi Slavistici VIII (2011): 352-353.

 

Voci enciclopediche

 

1. Cabasilas Nicola, Filocalia, Folli in Cristo, Iozif Volokolamskij, Nil Sorskij, Palamas Gregorio, Serafim Sarovskij, Sergij Radonežskij, Simeone il Nuovo Teologo, Starčestvo - Paisij Veličkovskij, Teodoro Studita, Tichon Zadonskij, in Dizionario enciclopedico di Spiritualità, I-III, Roma 1990 (Filocalia, Folli in Cristo, Iozif Volokolamskij, Serafim Sarovskij, Sergij Radonežskij, Simeone il Nuovo Teologo, Teodoro Studita sono scritte in collaborazione con T. Špidlík).

2. Letteratura bulgara, Letterature ceca e slovacca, Letterature della Jugoslavia, Letteratura polacca, Letteratura russa in Un progetto di biblioteca generale. Aggiornamento 1983-1991, diretto da V. Verra e a cura di G. Scudder e M. Garzaniti, Roma 1992.

3. Abramo di Smolensk, Andrea Salos, Antonio Pečerskij, Boris e Gleb, Clemente di Ocrida, Sava, Teodoro e Giovanni, Venceslao di Boemia, Vladimir, in C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, a cura di, Il Grande Libro dei Santi, Milano 1998.

4. Choždenie igumena Daniila v Palestinu, in Ja.N. Ščapov, a cura di, Pis'mennye pamjatniki istorii drevnej Rusi. Letopisi. Povesti. Choždenija. Poučenija. Žitija. Poslanija. Annotirovannyj katalog-spravočnik, SPb. 2003, pp.85-88.

5. Politica e canoni letterari nell'Europa centro-orientale, in XXI secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2009, pp.127-134.

6.  Le lingue dai Balcani all'Asia centrale, in XXI secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2009, pp.319-314.

7. Voci enciclopediche nella rubrica Lexikon del portale del Centro di Studi sull'Europa Centro-Orientale nel Medioevo (CESECOM): Slavi, Slavo-ecclesiastica letteratura, Slavo-ecclesiastica, lingua (http://www.fupress.com/cesecom/default.aspx, 2010).

Traduzioni

 

1. N.S. Leskov, Agli estremi limiti del mondo. Il monastero dei cadetti, introduzione, traduzione e note a cura di M. Garzaniti, Roma 1988, pp.163.

2. Teofane il Recluso, Memorie del vescovo Feofan, recluso di Vysa, trad. a cura di M.Garzaniti, in «Rivista di Vita spirituale» XLII (I) (1988), pp. 95-111.

3. Teofane il Recluso, La vita spirituale. Lettere, traduzione a cura di M. Garzaniti, Roma 1989, pp.263.

4. Rito di insediamento al gran principato del principe Dmitrij Ivanovič nipote del gran principe di Mosca Ivan III, Rito di incoronazione all'impero dell'imperatore e gran principe di Mosca Ivan IV, Supplemento al rito di elezione ed insediamento dei vescovi, traduzioni e note a cura di M. Garzaniti, in P. Catalano, V.P. Pašuto, a cura di, L'idea di Roma a Mosca (XV-XVI sec.). Fonti per la storia del pensiero sociale russo, Roma 1993, pp. 275-305, 336-338.

5. Le vite paleoslave di Cirillo e Metodio, in A.-E. N. Tachiaos, Cirillo e Metodio. Le radici cristiane della cultura slava, a cura di M. Garzaniti, Milano 2005, pp.163-223.

Recensioni al volume Die altslavische Version der Evangelien (2001)

 

1. P. Gonneau, in Revue des études slaves LXXIII, 4, 2001, pp. 823-824.

2. E.B. Uchanova, in Christiana Orientalia Periodica 2002, pp.540-542.

3. A. Pičchadze, in Lingvističeskoe istočnikovedenie i istorija russkogo jazyka 2002-2003, Moskva 2003, pp.531-534.

4. E. Dogramadžieva, in Palaeobulgarica, XXVII, 1, 2003, pp.108-110

5. G. Birkfellner, in Jahrbücher für Geschichte Osteuropas, LI (2003) 2, pp. 308-309.

6. K. Stantchev, in Studi slavistici I (2004), pp.274-276 (Firenze University Press http://www3.unifi.it/fupriv/CMpro-v-p-83.html:%20recensioni).

7. V. Badurina-Stipčević, in Slovo 54-55(2004-2005), pp.248-253.




English Version

Marcello Garzaniti, born in La Guaira (Venezuela) 1.3.1956, resident in Rome, professor at University of Florence, Dipartimento di Linguistica, P.zza Brunelleschi 4, 50121 Firenze; fax. 0039/055/2476808; e-mail marcello.garzaniti@unifi.it

Education and academic degrees:

Present and past positions:

Memberships:

Bibliography (main publications):

Knowledge of languages




Alessandro Gori

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Storia dei Paesi Islamici (L-OR 10)

Ricevimento

Giovedì 12-13
Sala di Orientalistica, p. Brunelleschi, 4

Durante il periodo senza lezioni
Giovedì 11-12
Sala di Orientalistica


Orario delle lezioni

Modulo 1 (II semestre)
Lunedì 11.00 - 13.00, aula 23, v. Alfani 56/b
Giovedì 13.00 - 15.00, aula 12, v. Alfani 56/b

Modulo 2 (II semestre)
Lunedì 17.00 - 19.00, aula 18, v. Alfani 56/b
Giovedì 13.00 - 15.00, aula 12, v. Alfani 56/b


Modulo 1 (II° Semestre) 30 ore
I fondamenti della storia e della civiltà dell'Islam: Il corso è di natura propedeutica e si rivolge a tutti gli studenti che desiderano acquisire delle informazioni di base sull’evoluzione storica e sugli elementi culturali fondamentali della civiltà islamica

Materiale didattico

Studenti frequentanti:
Manuali consigliati (scelta libera) Alessandro Bausani, L’Islam, Milano: Garzanti, 1980 e successive ristampe. Michele Bernardini, Storia del mondo islamico (VII-XVI secolo). Volume secondo. Il mondo iranico e turco, Torino: Einaudi, 2003. Paolo Branca, Introduzione all’Islam, Milano: Edizioni S. Paolo, 1995. Paolo Branca, I Musulmani, Bologna: Il Mulino, 2000. P. G. Donini, Il mondo arabo-islamico. Roma: Edizioni Lavoro, 1995. Claude Cahen, L’Islamismo I. Dalle origini all’inizio dell’Impero Ottomano, Milano: Feltrinelli, 1969 (Storia universale Feltrinelli vol. 14). Gerhard Endress, Introduzione alla storia del mondo musulmano, Venezia: Marsilio, 1994. Toufic Fahd, Islam e sette islamiche, in: H.-C. Puech (a cura di), Storia delle religioni. Vol. II. Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Bari: Laterza, 1977, pp. 791-965. Toufic Fahd, La nascita dell’Islam, in: H.-C. Puech (a cura di), Storia delle religioni. Vol. II. Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Bari: Laterza, 1977, pp. 742-790. Giovanni Filoramo (a cura di), Islam, Bari: Laterza, 1999 (Biblioteca Universale Laterza, Storia delle religioni). Francesco Gabrieli, Gli Arabi, Firenze: Sansoni 1957. Francesco Gabrieli, Maometto e le grandi conquisite arabe, Milano: Saggiatore, 1967. G. E. von Grunebaum (a cura di), L’Islamismo II. Dalla caduta di Costantinopoli ai nostri giorni, Milano: Feltrinelli, 1972 (Storia universale Feltrinelli vol. 15). Albert Hourani, Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Milano: Mondadori, 1992. Bernard Lewis, Gli Arabi nella storia, Bari: Laterza, 1998. Claudio Lo Jacono, Storia del mondo islamico (VII-XVI secolo). Volume primo. Il Vicino Oriente da Muhammad alla fine del sultanato mamelucco, Torino: Einaudi 2003. Robert Mantran, L’espansione musulmana. Dal VII all’XI secolo, Milano: Mursia, Nuova Clio, 1978. Robert Mantran (a cura di), Le grandi date: Islam, Milano: Edizioni Paoline, 1991. Sergio Noja, Storia dei popoli dell’Islam, Voll. I-IV, Milano: Mondadori, 1985-1994. Malise Ruthven, Islam, Torino: Einaudi, 1999. Biancamaria Scarcia Amoretti, Il mondo musulmano.Quindici secoli di storia, Roma: Carocci, 1998. Biancamaria Scarcia Amoretti (a cura di), Lo spazio letterario del Medioevo 3. Le culture circostanti Volume II La cultura arabo-islamica, Roma: Salerno Editrice, 2003. Giorgio Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Torino: Einaudi, 1996. David Wains, Introduzione all’Islam, Firenze: Le Lettere, 1998. W. Montgomery Watt, Breve storia dell’Islam. Bologna: Il Mulino, 2000.

Studenti non frequentanti:
Programmi ad personam per studenti non frequentanti devono essere concordati direttamente con il docente.


Modulo 2 (II° Semestre) 30 ore
La discussione sulla fede nella storia del pensiero dell’Islam: le ‘aqā’id tra dogma e prassi (con lettura di passi scelti)
Le lezioni mirano a fornire dei materiali di conoscenza sul concetto di īmān (fede) come elaborato all’interno della riflessione teorica dei teologi islamici. Le più note enunciazioni (‘aqā’id) sulla natura e il contenuto della fede musulmana sono passate in rassegna, in una lettura critica e analitica.



Fiorenza Granucci

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Anno Accademico 2008-2009

Corso di Laurea Magistrale: Classe LM 36 Laurea Magistrale in Lingue e civiltà dell'oriente antico e moderno Programma di Glottologia, L-LIN/01 (CFU 12, 6+6)

Dott. Fiorenza Granucci (Dipartimento di Linguistica)

PRIMO SEMESTRE

LEZIONI: Via degli Alfani 56/B, ore 9 -11, Giovedìaula 10; Venerdì e Sabato aula 18;ricevimento: martedì ore 10-12 Dipartimento di Linguistica fiorenza.granucci@unifi.it

I° MODULO, 6 CFU - Elementi di linguistica teorica e comparata
II° MODULO, 6 CFU - Linguistica e filologia: problematiche di comparazione e traduzione tra lingue.

Testi di riferimento e bibliografia ad argomento sono stati esplicitati durante le lezioni in conformità alle esigenze degli iscritti. Agli iscritti ammessi, ma senza nessun CFU in materie L-LIN/01, sono stati proposti 6+6 CFU di cui un "PRIMO MODULO" è stato concordato/precisato (Alberto Nocentini, Le lingue d'Europa, Firenze, Le Monnier; + un ‘manuale' di Fonetica e Fonologia, secondo le esigenze dei singoli; - dando la disponibilità di chiarifiche e/o lezioni su richiesta degli stessi[prova con domande scritte], e quale "SECONDO MODULO" il PRIMO MODULO AA. 2008-2009. Per gli iscritti con 6 o 12 CFU nel Triennio, si è concordato di ritenere come ‘già svolto/acquisito' un programma di "istituzioni di linguistica generale" e una "panoramica della realtà delle lingue d'Europa di oggi" (ossia un qualsiasi ‘manuale di Linguistica Generale' comprensivo di ‘elementi di fonetica e fonologia' e - in modo da considerare uniforme la preparazione di tutti - : Alberto Nocentini, Le lingue d'Europa, Firenze, Le Monnier).

I° MODULO, 6 CFU - Elementi di linguistica teorica e comparata

Dopo una RICAPITOLAZIONE dei principali argomenti di "linguistica teorica" e una "panoramica delle Lingue del Mondo" secondo la problematica di: ‘famiglia linguistica', ‘lega linguistica', ‘tipologia linguistica', si è cercato di presentare una "problematica della ricostruzione storico-comparata delle lingue indeuropee".Sono da considerate in programma le FOTOCOPIE distribuite a lezione e - soprattutto per la "panoramica delle Lingue del Mondo" nonché per "alcuni elementi di indeuropeistica" - :Silvia Luraghi, Introduzione alla linguistica storica, 2005, Roma, Carocci editore.Per gli esempi dei "brevi testi esemplificativi", gli altri "schemi" dati in fotocopia, e i ± puntuali commenti fatti a lezione, si possono tenere presenti:

INDEUROPEISTICA

LATINO e GRECO

SANSCRITO

VENETICO

GALLICO


SCHEDA DI ISCRIZIONE

Corso di Laurea Magistrale: Classe LM36 GLOTTOLOGIA - AA. 2008-2009 (Granucci Fiorenza)

NOME e COGNOME .........................................................................................................................

CORSO DI LAUREA TRIENNALE di provenienza ..........................................................................

CORSI DI MATERIE LINGUISTICHE SEGUITI ..........................................................................

CURRICULUM ...................................................................................................................................

CFU .......................................................................................................................................................

MATERIE LINGUISTICHE PREVISTE NEL SUO PIANO DI STUDIO ......................................




Maria Rita Manzini

Linguistica generale (L-LIN/01)

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 pubblicazioni / publications (downloadable articles)
 conference talks (downloadable handouts)  
 didattica, orario delle lezioni e ricevimento 
 OFF Offerta Formativa della Facoltà
 Ricevimento e altri recapiti


NEWS: La prof.ssa Manzini sarà assente nei seguenti giorni di lezione/ ricevimento (per missione all'estero) mercoledì-giovedì 29-30 settembre giovedì 14 ottobre






M.R. MANZINI pubblicazioni / publications (downloadable articles)

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pubblicazioni / publications (downloadable articles)
conference talks (downloadable handouts)
didattica, orario delle lezioni e ricevimento


Monografie / Books


Articoli / Articles


 




M.R. MANZINI conference talks (downloadable handouts)

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didattica, orario delle lezioni e ricevimento





Maria Pia Marchese
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Risultati test Primo modulo Linguistica generale 14.12.2009





Alberto Nocentini

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Ikuko Sagiyama

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Leonardo M. Savoia

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Dispense

 




Rossana Stefanelli

 

 

tower-of-babel

 




Maria Vittoria Tonietti

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Ricevimento: sala delle Riviste, dipartimento di Linguistica


Filologia semitica per le lauree magistrali in Lingue e civiltà dell'oriente antico e moderno e in Scienze Storiche

Aspetti del sistema fonologico e morfologico delle lingue semitiche. Il Semitico Arcaico: la formazione, le lingue, le isoglosse condivise e quelle caratterizzanti le singole lingue (eblaita e dialetti accadici del III millennio a.C.)

 




Paul Tucker

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Ricevimento 

dopo l'inizio dell lezioni (5 marzo):

martedì ore 13.00-15.00

a Novoli (D6 1.14).

Programmi


LINGUA INGLESE (ADVANCED)
Corso di Laurea Magistrale in Progettazione dei Sistemi Turistici
2011-2012


TIMETABLE
Monday 10.00-12.00 (i.e. 10.15-11.45)
D5 1.14

Tuesday 10.00-12.00 (i.e. 10.15-11.45)
D5 0.02


Thursday 12.00-14.00 (i.e. 12.00-13.30)
D5 0.02

COURSE LEVEL
The course is intended for students who have already attained an "independent user" (upper intermediate) level in their command of English (European Council Framework: B2)

B2: DESCRIPTION.
Can understand the main ideas of complex text on both concrete and abstract topics, including technical discussions in his/her field of specialisation. Can interact with a degree of fluency and spontaneity that makes regular interaction with native speakers quite possible without strain for either party. Can produce clear, detailed text on a wide range of subjects and explain a viewpoint on a topical issue giving the advantages and disadvantages of various options.

AIM OF COURSE
The course will be devoted to the analysis of examples of the main textual genres related to tourism. To enable students to read such texts accurately and perceptively a selection of theoretical concepts relating to the analysis of discourse and of text, as well as key grammatical and lexical features will be presented dueirng the course.

EXAMINATION
Oral examination consisting in a presentation of an example of one of the genres studied during the course, analysed along the lines specified in the lessons.

TEXTBOOK
Gloria Cappelli, Sun, Sea, Sex and the Unspoilt Countryside, Grosseto: PariPublishing, 2006

Slides used during the course will be available towards the end.

 

 




Reinhard Edwin Schmidt

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Ida Zatelli

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zatelli 

Prof.ssa Ida Zatelli 

Lingua e letteratura ebraica 

A.A. 2008-2009


Ricevimento: lunedì 17.15-19, stanza 85 (Attico, piazza Brunelleschi)
Orario delle lezioni

Lingua e Letteratura ebraica (aa. 2008-2009, 1 e 2 semestre) (Prof.ssa Ida Zatelli)

I semestre: lun.-mart.-merc. ore 15-17, aula 12                          

II semestre: lun.-mart ore 15-17, aula 12
                         mer. ore 13-15, aula 12


Programma I semestre

Programma II semestre

CdL magistrale: LM-36 Lingue e civilta' dell'Oriente antico e moderno, 12 CFU (60 ore)

II semestre

I modulo: Lineamenti di morfologia e sintassi dell'ebraico post-biblico, con lettura di testi (in collaborazione con il Dr. Michael Ryzhik)

Programma in sintesi: il corso è destinato a studenti avanzati; si effettua mediante lezioni, seminari e conferenze e si avvale del lettorato di ebraico. E' inteso ad approfondire la grammatica dell'ebraico post-biblico, in modo particolare dei testi mishnaici. La verifica e' orale e a richiesta scritta.

Bibliografia linguistica di consultazione. La bibliografia relativa al programma d'esame sarà concordata direttamente con la docente.

II modulo: Temi di letteratura ebraica moderna e contemporanea (in collaborazione con il Dr. Marco Di Giulio)

Programma in sintesi: il corso e' destinato a studenti avanzati. E' inteso a fornire i fondamenti della letteratura ebraica moderna e contemporanea. Si effettua mediante lezioni, seminari e conferenze.

La verifica è orale.

Bibliografia: sono di seguito elencati alcuni strumenti di base. La bibliografia relativa al programma d'esame sarà concordata direttamente con la docente.

LETTORATO DI EBRAICO MODERNO (a cura del dott. Dror Briskin)




Francesca Fici (docente a contratto)

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Link utili



Baikak, nostro sacro Baikal

Cronaca di un viaggio nella regione di Irkutsk e nella repubblica dei Buriati

1633_te

di Francesca Fici

fotografie di Beatrice Borri


Giorno dopo giorno 



Perché a Irkutsk

Da qualche anno la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze, rispondendo a un invito rivoltole dall'Università Lingui­stica di Irkutsk, ha attivato un accordo di cooperazione con quell'uni­versità. Nel 2006 il Ministero dell'Università ci ha accordato un con­tri­buto di 10.300 euro da inve­stire in questa cooperazione. Lo si è utiliz­za­to  invitando una giovane italianista irkutskiana per un periodo di studio a Firenze, istituendo sei borse di studio per i nostri studenti di lingua russa e organizzando un viaggio per ben otto persone, com­pre­se due insegnanti. Gli studenti erano sei ragazze di anni di corso di­ver­si: Beatrice, Elena, Francesca, Irene, Matilde, Paola; le inse­gnanti eravamo Natal'ja Nikolaevna (Nataša) e io. Il viaggio si è svolto tra il 17 e il 31 maggio 2008.
Secondo i programmi, studentesse e insegnanti eravamo ospiti dell'Università Linguistica di Irkutsk. Successivamente abbiamo al­lungato il viaggio spostandoci verso la Repubblica Buriata, che a sud confina con la Mongolia, ma sempre all'interno della Federazione Russa.
Quello che segue è il racconto di queste due intensissime settima­ne, a distanza di circa diecimila chilometri e sette fusi orari dal nostro Paese.

cartina


Cenni storici sulla città

Irkutsk, che trae il suo nome dal fiume Irkut, è una delle testimo­nianze più antiche della presenza russa in Asia. Nella prima metà del Seicento qui venne costruita una delle fortezze con le quali i cosacchi segnavano l'estensione dell'Impero russo in Oriente. La prima di queste fortezze, edifi­cata sul fiume Angara, si dice che fosse assai piccola e presi­diata da una ventina di uomini. Ne venne poi costruita un'altra, un po' più grande, con mura e torrette tutte attorno, anche questa sulla riva del fiume, al riparto da incursioni ostili.
Si immagina l'immensa pianura della steppa, stretta dai ghiacci per buona parte dell'anno, la cui ricchezza si rivelerà a poco a poco con la scoperta dei giacimenti minerali. Si immagina dunque la pic­cola fortezza abitata da uomini, con sporadiche presenze femminili. Que­ste appartenevano alle popolazioni nomadi ed erano facile preda dei co­loni provenienti dalla Russia.
Col tempo la fortificazione andò ampliandosi, le torrette diven­nero più alte, si ingrandirono i depositi, alimentari e di munizioni, e vi si insediò un comandante.
Un disegno che, a quanto si dice, risale agli ultimi anni del XVII secolo, mostra una vera fortezza, con un grande portone di accesso, torrioni e ballatoi, il tutto caratterizzato da una certa ricercatezza ar­chitettonica. Dal portone si usciva per scendere al porto e sul fiume. Una volta che la Russia vide assicurata la propria presenza e il pro­prio domi­nio, al posto della fortificazione andò sviluppandosi una cittadella, con la sua piazza, le sue strade e il centro amministrativo che ne di­venne il cuore. Irkutsk fu a sua volta il centro del governato­rato. Sor­sero due chiese, quella dell'Assunzione e quella del Salvato­re, sui due lati di un laghetto che in seguito venne coperto.
Nel XVIII secolo la città era costituita da due parti, separate da una larga via: quella economico-amministrativa e quella residenziale. Ini­zialmente a difenderla stavano una palizzata in legno e due anse dell'Angara. In seguito la città scavalcò la palizzata, che perse la sua funzione iniziale. Ciò che il tempo e il ghiaccio non consumavano veniva periodicamente distrutto dagli incendi. Quello del 1775 fece sparire quanto restava della palizzata.
Nel frattempo a Irkutsk era stato riconosciuto un ruolo preminente rispetto alle altre cittadelle situate nella regione, tanto che acqui­stò il diritto di fregiarsi di uno stemma, rappresentato da uno scudo d'ar­gen­to con sopra l'immagine di una specie di tigre (babr) con uno zi­bel­lino tra i denti. La prima a simbolo della potenza, il secondo della ric­chezza. L'ascesa economica della città è testi­moniata anche dal fatto che, insieme allo stemma, apparve anche un sigillo, col quale si segnava la merce esente da imposta. La scoperta dell'oro in vaste zone di tutto il territorio contribuì ad accrescere la ricchezza della regione.
Alla fine del Settecento la città annoverava un migliaio di abitanti, tra funzionari provenienti dalle città della Russia europea, artigiani dei sobborghi e contadini, molti dei quali discendenti dai primi cosac­chi. I contadini possedevano un pezzo di terra, destinata in parte ad approvvigionare la guarnigione; inoltre erano tenuti a pagare tributi, a seconda del numero di membri della famiglia, sia per il bagno, sia per il mulino, ecc. Ma avevano modo di rifarsi, esigendo tributi dalla po­polazione mongola locale, in maggioranza buriati, evenki e jakuti.
Trovandosi sulla via delle carovane in movimento tra l'Occidente e la Cina attraverso la città di Kjachta, Irkutsk diviene anche un cen­tro economico e commerciale. La città è popolata non solo da mer­canti, ma anche, e prevalentemente, da popolazione minuta, i cosid­detti me­ščane. Si tratta nel complesso di circa 15mila persone addette al com­mercio spicciolo, ai trasporti, agli uffici, alle distillerie, alle lo­cande, una intera classe sociale con i suoi obblighi, la sua giurisdizio­ne, i suoi diritti.
Nel giro di poco più di cent'anni la città si arricchisce e cambia aspetto: accanto o al posto di molti edifici in legno, spesso distrutti dagli incendi, ne sorgono altri in pietra; sono case di mercanti, ne­go­zi, chiese, ma anche teatri, scuole, biblioteche. L'attuale biblioteca universitaria, un bell'edificio bianco dalle proporzioni eleganti, si trova in quella che era una volta la casa del governatore.
Il primo centro commerciale è opera dell'architetto italiano Qua­renghi, uno degli artefici di Pietroburgo; le fiere che si svolgono due volte l'anno richiamano schiere di mercanti, perciò sorgono numerose locande, poi un Grand Hôtel, negozi di lusso, una banca russo-asiati­ca, tuttora presenti con le loro curiose architetture. Pietroburgo o an­che Parigi siberiana, la chiama qualcuno. "Una città dove si respira cultura" dirà Čechov, che nel 1890 vi si ferma per un po' durante il viaggio verso l'isola Sachalin.
Molti degli edifici storici saranno danneggiati o parzialmente di­strutti dal grande incendio che nel 1879 si portò via anche buona parte delle abitazioni in legno.
A partire dai primi dell'Ottocento Irkutsk divenne anche destina­zione di condannati, una sorta di Cayenna o di Austra­lia. I de­portati erano delinquenti comuni o politici, ma per gli uni e per gli altri le possibilità di far ritorno "in Russia", com'era chiamata la parte civi­lizzata del paese, erano praticamente zero. Di molti di loro restano te­stimonianze dalle quali la città trae oggi, un po' impro­priamente, ra­gione di vanto. Tra questi gli esiliati polacchi, che vi fu­rono spediti dopo l'insurrezione del 1863, e i decabristi. Ai primi si devono im­portanti spedizioni geografiche nella regione e la costru­zione della chiesa cattolica: un particolare inconsueto in terra russa, che non si spiegherebbe se non con le vicende che portarono i polacchi, noto­riamente di religione cattolica, a quasi 8000 chilometri di distan­za (va tenuto presente che dal 1772 e per quasi un secolo e mezzo buona parte della Polonia fu sotto il dominio dell'impero russo). Ai se­condi si deve l'avvio di diverse iniziative culturali nella regione e nella città di Irkutsk. Ma della presenza decabrista torneremo a parla­re più tardi.
In epoca sovietica Irkutsk ebbe una sua storia, diversa da quella della Russia occidentale. Gli echi della rivoluzione del 1917 che aveva sconvolto il mondo giunsero con ritardo; ora erano i racconti di oppositori in fuga, come quelli della armate di Kolčak, ora quelli della popolazione civile che venne spinta sempre più ad est in cer­ca di asilo. Quando cominciò la grande collettivizzazione e l'indu­stria­liz­zazione del Paese, la regione di Irkutsk rappresentò una nuova oc­casione, per alcuni per arricchirsi e per comandare, per altri per co­struire il socialismo. Una delle grandi imprese che tuttora molti ricor­dano è la costruzione della grande diga e del bacino idroelettrico sull'Angara, a qualche decina di chilometri di Irkutsk, un'opera ma­stodontica che ha riempito volumi interi di letteratura di regime.
Dal 1991 Irkutsk si trova in una situazione analoga a quella di tante città della provincia russa: molte fabbriche sono state sman­tellate e non si vede come ricostruirle o ammodernarle. I colcos hanno perso la loro ragione di essere. Il colpo di grazia è venuto dalla crisi del 1998, quando gli operai non hanno più ricevuto salario e la man­canza di foraggio o semplicemente l'urgenza di avere di che nutrirsi, nonché una buona dose di incompetenza, ha portato ad abbattere pra­tica­mente tutto il bestiame. Il tracollo è stato drammatico e ora non è chiaro in che rapporto si trovi la regione, come tutta la Siberia orien­tale, rispetto al governo centrale, dal quale dipende la politica eco­nomica.
Apparentemente l'economia sembra essere ritornata a una fase pri­mitiva. Sul commercio minuto vive buona parte della popolazione, ma praticamente tutto proviene dalla Cina. Nella città fioriscono i mercati, che sono di due tipi: quello cinese ("Shangai"), sorto dopo il 1991, divenuto ora uno dei centri agricolo-economici più vivaci della città, e quello russo, dove si vendono prodotti dell'artigianato ali­mentare locale.
La città vive all'incrocio del vecchio col nuovo; accanto ad alcuni nuovi ricchi e a moltissimi vecchi e nuovi poveri viene formandosi una nuova classe, che trae profitti di media portata dal commercio, dai trasporti, dai servizi. Nascono piccoli villaggi di campagna, dove a fine settimana si affrettano gli abitanti per coltivare cipolle e patate: qualcosa di simile a quello che avveniva nella parte europea negli anni Novanta del secolo passato.
Di tutto questo, come di molte altre scoperte, parlerò in questo diario di viaggio, scritto con la speranza di risvegliare la curiosità del lettore.



18 maggio

Siamo partite da Firenze il 17 mattina con un aereo delle linee aeree austriache, che ci ha portato a Mosca dopo uno scalo a Vienna. Dopo sei ore di attesa all'aeroporto internazionale di Domodedovo ci im­barchiamo per Irkutsk. Sono quasi le sei di sera, perché nel frat­tempo, tra Firenze e Mosca, ci siamo "mangiati" due fusi orari. Ci aspettano circa sei ore di volo. Dato che a queste sei ore ne vanno sommate altre cinque di fuso orario (voliamo orizzontalmente verso oriente), arriviamo verso le 7 ora locale del giorno successivo. Si può immagi­nare quante volte si facciano e disfacciano i conti per capire, per esempio, che ore sono a Firenze quando arriveremo a Irkutsk. La notte è molto breve e la passiamo tutta in volo.
A Mosca le operazioni di imbarco vanno per le lunghe perché il controllo è minuzioso e riguarda non solo borse e abiti, ma anche le scarpe. Ci infiliamo ai piedi delle specie di sacchetti di plastica, che butteremo una volta passato il controllo. Una cassettina per le scarpe, una per gli abiti, una per le borse. C'è chi dimentica sul rullo le scarpe, chi una borsa, chi scambia le proprie scarpe con quelle di un altro.
Finalmente siamo a bordo. Voliamo con un Airbus delle linee aeree siberiane (S7), color pisello. Do un'occhiata all'informativa nella ta­sca del sedile davanti a me: vi si precisa che l'aereo è stato acquistato "nuovo" in Francia, così come nuovi saranno quelli che verranno acquisitati in seguito. Meno male. L'aereo è stracolmo di passeggeri. I sedili sono piuttosto stretti e si fatica ad appisolarsi. Come accade quasi sempre in questi viaggi lunghi, i pasti si susse­guono rapida­mente l'uno all'altro, ma non si servono alcolici.
All'arrivo siamo tutte un po' stropicciate, ma felici di cominciare la nostra avventura siberiana. L'atterraggio ci ha fatto pensare a un film di James Bond: discesa brusca praticamente sui tetti della città, atter­raggio e frenata mozzafiato. Ma non è colpa del pilota, che anzi deve essere molto abile ed esperto, giacché la pista è cortissima, poche centinaia di metri, e il rischio di uscire di pista è più che reale. Scen­diamo in una cortina di nebbia e di fumo: proviene dagli incendi che da qualche giorno stanno bruciando i boschi. Un autobus ci porta al terminal, almeno così si chiama l'uscita per la città. In realtà l'aeroporto è ancora in costruzione e quello dove siamo arrivati è un vecchio aeroporto militare con qualche casotto in mattoni. Quello nuovo, civile, sorge nello stesso punto, ma deve ancora essere ulti­mato. Roba da Calabria.

85_aeroporto


L'"uscita in città" è un capanno di pochi metri quadri, dove si af­follano varie centinaia di persone: i nuovi arrivati e quelle venute a incontrarli. Anche noi siamo accolte da due signore gentili che tengo­no, ben in vista, un cartello "University of Florence". Le signore si presentano subito come Larisa Vasil'evna, insegnante di italiano, e Lena, addetta all'ufficio stranieri dell'Università Linguistica.
Dopo le presentazioni e i sorrisi comincia il recupero dei bagagli, che avviene in una minuscola stanzetta, su una specie di vecchio co­pertone girevole. Una folla immensa per quello spazio angusto cerca di riconoscere le proprie valige. Molti le hanno fatte avvolgere nella plastica, il che rende ancora più arduo distinguerle le une dalle altre. Una volta recuperato il proprio bene, l'uscita deve essere conquistata passando attraverso il controllo che il numero sulla valigia corri­sponda a quello dello scontrino sulla carta d'imbarco. Per chi è prati­co ed è preparato si tratta di una rapida formalità, ma chi come noi non è avvezzo concorre a creare un altro tappo sulla porta dell'uscita.
Le ragazze trascinano valige enormi che spostano con una certa fa­tica, anche perché il terreno non è ideale per i troller.
In qualche modo siamo issate, chi su un pulmino chi su un taxi, e ci dirigiamo in città. Le destinazioni sono diverse, anche se prossime l'una all'altra, entrambe nel quartiere delle residenze universitarie: la casa dello studente per le ragazze, la residenza per insegnanti per Nataša e per me.

97_residenza_universitaria

Il primo impatto non è incoraggiante: intonaci scrostati, scale in stato di abbandono. All'ingresso l'eterna dežurnaja, ossia la sorve­gliante di sovietica memoria. Ai piani si accede per due diverse rampe di scale, ma una, quella che si trova proprio davanti al casotto della sorvegliante, è chiusa da un cancello e da un lucchetto che fanno pensare più a una prigione che a residenze universitarie. Spero in cuor mio che non ci sia bisogno di scale di sicurezza. Le ragazze hanno is­sato le loro valigione fino al quarto piano e ora ci guardano un po' smarrite. Dalla cucina giungono odori di gastronomia cinese bru­ciac­chiata. Per fortuna nessuna è allergica all'aglio. I servizi non pos­sono essere chiamati igienici. Insomma l'impatto è una vera e propria prova. Le ragazze fanno buon viso, si accordano su come distribuirsi nelle due camere assegnate e vanno a dormire.
A noi va meglio. Nonostante l'ingresso deprimente, nonostante il lucchetto da Rebibbia sulle scale di sicurezza, la zona dove siamo al­loggiate è pulita e ampia. La mia stanza, scoprirò, dà su una decrepita centrale elettrica che brontola incessantemente, ma dopo un paio di giorni finirò col non sentirla più. La nostra vicina è una simpatica americana, Vivian, che deve aver imparato l'arte della cucina dai ci­nesi. Vivian aspetta sempre una qualche telefonata, ora dal marito, ora da un amico che deve procurarle dei biglietti per un autobus in Mongolia, ora da un altro che vuole semplicemente chiacchierare. È una bella donna sulla sessantina, incaricata di insegnare l'inglese all'università con un programma Fullbright. Va tutti i giorni a lezione di russo, ma non sembra aver fatto grandi progressi. Con tutto ciò l'atmosfera è simpatica e solidale.
Con Nataša abbiamo deciso di restare sveglie fino alla sera, per cercare di adeguarci al cambiamento di fuso orario. Caschiamo dal sonno, ma facciamo finta di nulla. Cominciamo col fare un po' di spesa a un piccolo supermercato vicino e tiriamo in lungo fino alle due, quando delle studentesse irkutskiane vengono a prenderci per un primo approccio alla città. Parlano tutte bene l'italiano, compreso l'unico studente maschio, che lavora nel ristorante dell'hotel Inturist, dove andremo a pranzo.
È un ristorante assai caro, ci spiega, ma se mangerete tutti pel'meny (tortellini speciali siberiani) ve la caverete con 250 rubli, che sono all'incirca 8 euro. Abbiamo seguito il consiglio e ci siamo tro­vate bene. In attesa dei pel'meny do un'occhiata in giro: grande sala da pranzo di stile sovietico, dove tutti i tavoli sono apparecchiati con profusione di tovaglie e stoviglie, ma dove tutte le cameriere stanno ammucchiate in un angolo, indifferenti a chi aspetta ai tavoli.
Nel frattempo giungono altre studentesse, per fare conoscenza con le ragazze italiane e, nonostante la stanchezza, si stabilisce subito un'atmosfera di cordialità e simpatia. Alcune di loro hanno frequen­tato brevi corsi di studio a Napoli e hanno nostalgia dell'Italia. Non della spazzatura, aggiungono ridendo. La cronaca quotidiana dei ri­fiuti in Campania è giunta anche a Irkutsk.
Dopo pranzo facciamo un breve giro della città, cominciando dal viale alberato lungo il fiume Angara. È domenica e il lungofiume è pieno di giovani. Molti alberi hanno appena messo le foglie e in gene­rale c'è aria di nuovo. L'Angara in quel punto è largo appena qualche centinaio di metri, l'acqua è trasparente e veloce. Un tizio si è buttato dentro e fa qualche bracciata. Poi torna fuori battendosi il pancione color pomodoro maturo. Ad accoglierlo ci sono dei compari che hanno preparato una buona dose di vodka. Magari il tuffo era anche un pretesto per bere tutti insieme.
Continuiamo la passeggiata e ci soffermiamo davanti a dei mo­numenti. Il primo che incontriamo è un busto di Gagarin, che dà il nome al viale. Chiedo alle nostre ragazze se sanno chi fosse. La mag­gior parte non lo sa, come del resto qualcuna delle ragazze russe. Ma sono passati più di cinquant'anni, e io mi sento matusalemme. Un po' oltre ecco il monumento ad Alessandro III, che ebbe il merito di co­struire parte della ferrovia transiberiana. L'imperatore se ne sta, come sempre, imbronciato; sul piedistallo vari simboli, tra cui lo stemma di Irkutsk con la tigre che morde lo zibellino e un'aquila bifronte, che pare incerta sul da farsi, se andare ad est o ad ovest.
Ci addentriamo nella città, così diversa da quelle della Russia che avevo visto finora. C'è poca gente in giro; volti spenti, occhi spaesati. La strada passa davanti al museo di storia naturale e poi costeggia l'edificio della banca russo-asiatica. Via Lenin, si chiama, e ci porta diritto a via Marx. All'incrocio il mo­nu­mento a Lenin che, come suo solito, porta il paltò sbottonato sulla giacca, anch'essa sbottonata, e il panciotto. Tiene un braccio alzato e la mano aperta a paletta.
Stiamo finendo il nostro primo giro della città e le studentesse russe ci riaccompagnano "a casa" insegnandoci quale autobus prende­re, dove scendere, ecc. Domani ci aspetta un programma impegna­ti­vo. Come andrà la prima notte? confondendo le ore o dormendoci su? Andrà bene, senza impedirci però di sentire qualche piccola scossa di terremoto. Il terremoto lo avvertiamo quasi ogni giorno, ci siamo abituati, mi dicono. Sul teleschermo della mia stanza passano le im­magini sul terremoto in Cina e francamente preferisco non abituar­mi.

banca

La banca russo-asiatica di Irkutsk



19 maggio

Lunedì. Comincia la parte ufficiale della visita all'Università Lin­guistica, con un incontro col pro-rettore alle relazioni internazionali, Julija Nikolaevna Malanina. È questa una donna giovane, in carriera, diremmo noi. Pelle olivastra, occhi allungati azzurri chiarissimi, ele­gante, slanciata, assai bella insomma. Ci riceve nella sala degli in­contri. Ci scambiamo segni di cortesia e informazioni sulle nostre università. L'Università Linguistica, è stata riorganizzata così come è ora nel 1996 e vi afferiscono numerose facoltà, dove l'insegnamento delle lingue straniere è abbinato a quello dell'economia, degli studi sociali, del marketing. Vi si accede con un esame di ammissione ba­sato preva­lentemente sulla conoscenza dell'inglese, che è anche prima lingua obbligatoria per tutte le facoltà. Data la sua posizione geografica, molto grande è anche l'interesse per lo studio del cinese, del coreano e del giapponese, che vanta una lunga tradizione. A que­ste si aggiun­gono numerose altre lingue, e tra le occidentali recente­mente l'italiano è diventato anche seconda lingua. Il russo come lingua stra­niera offre la possibilità di organizzare soggiorni di studio con in­se­gnanti specializzati. Questo assicura anche una buona presen­za di studenti di altri paesi.
Grazie ai numerosi accordi internazionali, gli studenti hanno la pos­sibilità di svolgere stages di studio e lavoro all'estero. Il numero complessivo di studenti è di diverse decine di migliaia, il che non deve stupire perché è il più grande centro universitario specializzato nell'insegnamento linguistico dell'Oriente russo.
L'edificio dove si trova l'università non è nuovo ma è stato com­pletamente ristrutturato; segno questo di una particolare attenzione da parte delle autorità regionali e della capacità di procacciarsi contributi presso i privati. Auspichiamo che con i prossimi investimenti si metta mano anche alle residenze universitarie; recentemente ci sono giunti segnali positivi in tal senso. Forse le nostre garbate ma ferme osser­vazioni hanno colto nel segno. Da parte nostra dobbiamo sempre ammettere di non disporre di residenze per accogliere gli studenti stranieri.
Dopo l'incontro col pro-rettore, la parte ufficiale continua con la registrazione dei passaporti e dei visti. Quindi si va a pranzo alla mensa dei professori con le colleghe del dipartimento di romanistica. Si mangia boršč, pesce fresco del fiume e del lago (di questo parlerò tra poco), dolci, si ride e ci si scambiano notizie sulle rispettive città. Tra le colleghe qualcuna parla senza peli sulla lingua, mentre altre sono timorose e invitano a non fare commenti. Come ai vecchi tempi.
Al pranzo segue una lezione di "familiarizzazione" con gli stu­denti locali. L'animatrice è Alessandra Leone, che con generosità inse­gna da un paio di anni l'italiano. Il contatto è molto facile e dopo un quarto d'ora la conversazione va avanti da sola. Tra le nostre ra­gazze c'è chi è più silenziosa e riservata, chi più estroversa. Ma tutte trova­no il loro punto di riferimento. Tutte vogliono provare tutto. Si co­mincia a parlare di una gita nella casa di campagna di una delle ra­gazze irkutskiane.
Le nostre giornate sono state organizzate in maniera puntuale, e alla lezione segue un giro per farci conoscere la città. A farci da guida è Nastia, una ragazza tutta particolare che sembra uscita da un ro­manzo di Mamin-Sibirjak. Un viso rotondo e intenso, assai bella, Nastia, cioè Anastasia, è stata nostra ospite a Firenze e ora vuole mo­strarci le bellezze di Irkutsk. Parla molto bene l'italiano (come del resto l'inglese e il francese) e ci racconta della città da guida profes­sionista. Nastia è molto religiosa, come del resto lo è tutta la sua fa­miglia, alla quale è attaccatissima e che abita a qualche centinaio di chilometri da Irkutsk. Il fratello è un pittore di icone ed esercita la professione nella regione di Mosca.
Il giro comincia dalla piazza Kirov, subito fuori dell'università, con la chiesa del Salvatore e quella dell'Assunzione. La prima ha con­servato, almeno esternamente, la sua struttura, mentre la seconda è stata praticamente ricostruita. Durante l'epoca sovietica anche que­ste due chiese sono state adibite a servizi diversi (magazzini, musei dell'ateismo, palestre, ecc.) e ora stanno riguadagnando la loro fun­zione. Dalla torre più antica, sulla quale è raffigurata un'immagine di San Cristoforo, il giorno di Pasqua suonano le campane, alle quali ri­spondono quelle di tutte le altre chiese della città.

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La chiesa dell'Assunzione, in stile "barocco-siberiano" è stata ap­pena restaurata (o ricostruita?). I colori sono particolarmente vivaci: rosso, azzurro, verde. Entriamo, ma le ragazze russe che sono venute con noi restano ad aspettarci fuori, evidentemente non interes­sate né all'aspetto artistico né a quello religioso. All'interno fervono i lavori di affrescatura e l'odore delle vernici si mescola con quello di in­censo.
Una volta fuori ci dirigiamo verso la piazza dove sorge il monu­mento al Milite ignoto. Si tratta di una lastra in marmo bianco, con una face ardente al centro. Su un lato della piazza sono incisi i nomi degli irkutskani che hanno perso la vita durante la Seconda guerra mondiale, la Grande guerra patriottica, come è chiamata in russo, con effetto molto più suggestivo. Sulla tomba sono depositati fiori freschi "ufficiali" (la festa della vittoria, il 9 maggio, è passata da poco) ma anche molti fiori "privati", che testimoniano quanto sia ancora forte presso le persone comuni la memoria di quel sacrificio. Che proba­bil­mente fu avvertito in maniera diversa rispetto ai territori dove giunse­ro le orde naziste. Andiamo avanti, passando davanti alla chiesa po­lacca, di architettura ottocentesca, trasformata in centro del coro della filarmonica. I cattolici hanno ora un'altra chiesa e questa ha conser­vato il suo ruolo musicale.
Siamo di nuovo sul lungofiume dell'Angara e il tempo sta metten­dosi al brutto. La pioggia della notte precedente ha spento gli incendi e tutto lascia pensare che voglia ricominciare. Per l'indomani mattina è stata fissata la mia prima lezione e voglio assicurarmi di es­sere ben preparata. Parlerò di alcuni aspetti storici e sociolinguistici dell'ita­lia­no, muovendomi su un terreno che scientificamente mi è meno fami­lia­re del russo.
A sentirmi sono venuti colleghi e studenti e sono contenta del ri­sul­tato. Anche per i ragazzi italiani sembravano essere cose nuove...




Il lago Bajkal

Il lago Bajkal (accento sulla seconda a, mi raccomando) è forse il monumento naturale più importante della Siberia, e se finora non ne ho parlato è per concentrarmi ora sul racconto. Innanzi tutto qualche cifra: 636 chilometri di lunghezza, in alcuni punti raggiunge in lar­ghezza gli 80 chilometri e i 1670 metri di profondità.
Alimentato da ogni parte da più di 300 corsi d'acqua, ha un unico emissario, l'Angara. Le sue acque sono purissime e si dice che in primavera, durante il disgelo, in alcuni punti sia visibile il fondo a 45 metri di profondità.
Nel mese di gennaio il ghiaccio che ne copre la superficie rag­giun­ge un metro - un metro e mezzo, e su di esso è tracciata una sorta di autostrada. Circa un secolo fa, durante la guerra russo-giap­ponese, sul Bajkal venne costruita una ferrovia per il trasporto delle armi. Anche se ora gli inverni si sono fatti meno rigidi, il Bajkal resta la via più veloce per andare da una parte all'altra del lago.
Grazie alla sua unicità e alla sua bellezza, al Bajkal sono legate moltissime leggende. "Bajkal, nostro sacro mare Bajkal" è chiamato. A meno di non sorvolarlo a grande altezza, del lago è impossibile co­gliere tutta insieme la bellezza; questa appare a poco a poco, con i suoi contrasti violenti da una stagione all'altra, le rive ora piane ora scoscese e a picco, la sua vegetazione e la sua fauna. Da un momento all'altro può passare da uno stato di calma a uno stato di furia, con onde altissime a forma di cuspidi che spazzano via e inghiottono chiunque si attardi.
Alla sua origine sembra esserci stato uno sconvol­gimento tetto­nico che un trenta milioni di anni fa arrovesciò montagne, fece sgor­gare o cambiò il corso dei fiumi. E tutte queste acque si riversarono dentro l'immenso bacino, portandosi dietro pesci e fiori e piante e pietre preziose e animali sconosciuti altrove. Come la nerpa, una gra­ziosa e feconda foca di carattere molto socievole, i cui piccoli sono stati talvolta adottati dagli abitanti del luogo. Resta il mistero come questa foca, tipicamente marina, sia giunta fin laggiù.

333_nerpa

Alcuni pesci che abitano sul fondo del lago hanno occhi enormi e sporgenti perché la luce non giunge mai al illuminarlo; altri, presenti anche altrove, hanno sviluppato qui caratteristiche particolari. Come gli storioni, che per raggiungere l'età matura impiegano tre o quattro anni più che nel Caspio a causa della bassa temperatura dell'acqua. O altri piccoli pesci, trasparenti, costituiti quasi unicamente di grasso, che si sciolgono non appena portati in superficie. Sono i golomjanka, tipi solitari che non depongono uova ma larve, che si tra­sformano poi in pesciolini. Complessivamente si parla di 600 specie diverse di animali tipici del Bajkal.
Tra questi c'è un pesce sempliciotto chiamato omul', lungo una ventina di centimetri, che ha la specialità di finire affumicato o in pa­della. L'omul' è anche il simbolo dell'economia lacustre.
Tutta questa ricchezza naturale, che interessa non solo la regione di Irkutsk, ma anche le altre tutto attorno al lago, ha mantenuto si­nora la propria integrità. Scarse le industrie e la più attiva, l'industria ittica, pare destinata poco più che all'uso locale. Del resto anche gli abi­tanti non sono molti; a guardare la carta si può restare ingannati. I paesi lungo la costa hanno poche migliaia di abitanti e l'industria turistica è ancora poco sviluppata. Anche perché la rigidità del clima durante buona parte dell'anno e l'asperità del paesaggio lo fanno pensare piuttosto come luogo da turismo estremo.
Notizie sull'esistenza di questa immensa mezzaluna d'acqua giun­sero a Mosca ancora prima che cominciasse la conquista della Sibe­ria. Esploratori inviati in avanscoperta parlavano di un enorme bacino d'acqua dolce chiamato Bajkal, che nella lingua locale significa ricco. Non appena lo zar, che allora era Aleksej Michajlovič, apprese dell'esistenza di questa ricchezza, vi fu organizzata una spedizione e collocato un avamposto cosacco; di lì a poco anche l'arciprete Avva­kum, punito per non aver voluto accogliere la riforma della chiesa ortodossa, sarebbe giunto nella regione dell'oltre Bajkal, insieme al suo aguzzino Pašov, conosciuto come il conquistatore della Siberia. Av­vakum ebbe anche il primato di essere il primo deportato ufficiale in Siberia. Si era nel 1656. Conquista e repressione andarono subito di pari passo.
Con la scoperta del Bajkal cominciarono anche le prime spedi­zioni geografiche, alle quali parteciparono avventurieri e proprietari, con­dannati e scienziati. Uno dei primi fu Niccolò Spafario (1636-1708), originario dei Balcani, che fu diplomatico russo a Pechino, svolse la propria attività in diversi paesi e soggiornò, tra l'altro, a Pa­dova; i suoi appunti rappresentano forse la prima descrizione del Bajkal. Con l'apertura dell'Accademia delle Scienze di Russia, nel 1725, si orga­nizzarono anche spedizioni geografiche nei territori della Russia orientale, di cui peraltro molti luoghi erano al tempo ancora scono­sciuti.
Cominciarono a giungere anche studiosi da altri paesi. Venne compilata la prima carta topo­grafica del lago Bajkal, grazie al contri­buto di Johan Gottlieb Georgi e di Peter-Simon Pallas, entrambi natu­ralisti e geografi originari della Germania, che compirono numerose spedizioni per l'Acca­de­mia di Russia. Il primo fu anche autore di una Descrizione di tutti i popoli che abitano nello stato russo, delle loro usanze, usi, costumi e altre particolarità interessanti, nonché di una descrizione della flora e della fauna del Bajkal.
I deportati diedero anch'essi un contributo alla conoscenza del lago. Tra questi si ricordano due polacchi, il geografo Benedkt Dybowski e l'ornitologo Wiktor Godlewski, che vi giunsero dopo l'insurrezione del 1863. Forse le condizioni di deportati non furono per loro così ter­ribili come per altri, se in seguito uno di loro avrebbe scritto di non rimpiangere i dieci anni trascorsi a studiare il lago Bajkal. Un altro polacco, anch'egli giuntovi involontariamente, ha la­sciato la prima carta geologica della costa. Di queste, come in gene­rale dello studio delle tipologie del lago, si occupa ora il Centro di Limnologia dell'Accademia delle Scienze.
Tenuto conto dell'estensione del lago, non stupisce la varietà delle leggende e dei riti tramandati per non inimicarsi questa immensa forza della natura. Si tratta per lo più di culti animisti e sciamani, par­ticolarmente vivaci tra le popolazioni buriate. Per esempio, alcuni punti del lago erano considerati sacri e inavvicinabili, mentre in altri, gli Obo richiedevano a chiunque passasse di lasciare il suo tributo alle acque. I tronchi nudi dei larici (l'albero più diffuso della zona) erano destinati a raccogliere questi doni, rappresentati da pezzetti di stoffa, peli della criniera dei cavalli, monetine d'argento e lacci di cuoio. Tutti segni che sono tuttora vivi nella tradizione bu­riata dei riti scia­mani.
Ogni passaggio, anfratto, insenatura del lago ha la propria storia e la propria bellezza. Molti sono ora parchi nazionali e qui si trovano anche attrezzature per le vacanze. Lo sviluppo dell'economia va a ri­lento e anche se non mancano costruzioni che sono un vero e proprio oltraggio alla natura, per fortuna si tratta di casi sporadici, sia per l'immensità delle riserve sia perché comunque il clima e le acque freddissime anche nei mesi estivi non invitano a passarci lunghi pe­riodi di vacanza. Tra i luoghi più famosi sono l'isola di Ol'chon e quelli degli affluenti Selenga e Barguzin, entrambi sulla costa meri­dionale del lago. A questi fiumi, personificati con immagini di princi­pesse (si tenga presente che in russo la parola fiume, reka, è di genere femminile, il che corrisponde bene all'immagine della donatrice, quali sono appunto i fiumi che portano acque al lago), sono legate numerose leggende e al Barguzin una canzone che si cantava ancora quand'ero giovane, ma che l'intellighenzia moscovita considerava canto da selvaggi ubriachi perché veniva immancabilmente associata alle grande bevute di vodka (come se gli intellighenzia non bevesse!).
E infine qualche immagine del paesaggio, che traggo dagli album di fotografie dedicati alle varie stagioni del lago. Che non è sempli­cemente una grande distesa di acqua che in primavera si scioglie e d'inverno gela: in ogni periodo dell'anno il lago ha la sua vita, che nasce spesso dal profondo e che si manifesta in maniera bizzarra sulla superficie, ed è dovuta a sbalzi di temperatura, al salire e scendere di acque più fredde e più calde, all'esistenza di sorgenti tiepide sotto la superficie.
Se osserviamo lo stesso Capo Sciamano dell'isola di Ol'chon du­rante l'estate e nei mesi più freddi si stenta a riconoscerli. In estate, durante una bella giornata di sole, le acque calme riflettono il cielo color cobalto e una costa dove declivi rocciosi si alternano a macchie di larici. Il lungolago ora è sassoso ora coperto di sabbia bianchis­sima. In autunno la natura appare avvolta dal fuoco: cespugli e fiori superstiti, boschi e rocce, tutto è color carminio. D'inverno non solo la costa è candida, ma la superficie gelata appare agitata, solcata da incavi profondi. È il risultato di tempeste generate nella profondità del lago, o è il ghiaccio che, occupando più volume dell'acqua ma non riuscendo a espandersi fino alla costa a causa del gelo, si inalbera come un gigante capriccioso: in russo il fenomeno è chiamato toros, che a me ricorda torso, la schiena un po' deforme di un gigante. A produrre questo come molti altri fenomeni del Bajkal sono non solo gli sbalzi di temperatura, ma anche il vento, che soffia impetuoso per buona parte dell'anno e che è foriero della buona sorte come della sventura.
Quando la temperatura comincia a farsi un po' più mite le escur­sioni notturne creano degli aghi di cristallo che navigano poi a lungo in superficie. Ciò che più impressiona è la velocità con la quale l'abbassarsi repentino della temperatura esterna forgia la superficie delle onde o le rive sassose. Quando la temperatura si rialza, il ghiac­cio formatosi sulla superficie di piante e di erbe acquatiche comincia a sciogliersi e l'acqua dilava ogni cosa. Altre volte a scioglierlo sono le onde del lago in tempesta. Queste cascate di ghiaccio, dette sokui, sono un altro fenomeno tipico del Bajkal, quando il ghiaccio assume forme insolite di statue di animali, di cose, persone o di ciò che la fanta­sia vuole vederci.

sokui

Sotto la superficie del lago c'è movimento continuo. Di tanto in tanto emergono isolotti che un tempo erano coperti dall'acqua. O ri­sprofondano. La pietra appare ora stanca, consunta come se volesse riposare e riprendere forza prima di immergersi di nuovo nel profon­do, ora spavalda, quando sorge improvviso uno scoglio di qualche decina di metri . Là dove la costa è sabbiosa non è raro vedere appa­rire e sparire alberi sballottati dal vento, detti perciò alberi ambulanti, un po' come i cespugli rotolanti della steppa
A tanta opulenza del lago e delle sue acque corrisponde una vege­tazione altrettanto ricca. Dopo il gelo la natura rinasce come in un'esplosione. I fiori e le foglie hanno colori accesi e sono turgidi, quasi a sottolineare la loro forza interiore. Alcune piante contengono riserve preziose per l'uomo, come la čeremša, varietà di aglio selva­tico che è un vero e proprio deposito di vitamine. Tra i fiori uno dei più belli ed esclusivi è il bagul'nik, un tipo di rododendro, conosciuto anche come rosmarino selvatico o lado palustre. Meglio non annu­sarlo da vicino perché contiene etere e, se aspirato, può causare danni all'organismo. Preferisco ricordarlo come l'ho visto, a qualche metro di distanza su un dente roccioso, e col suo nome russo bagul'nik, il cui suono è una sequenza formata dalla vocale u, seguita da una con­sonante liquida dal suono dolce e quel nik che pare un campanellino.

Tanta bellezza può essere contrastata da alcuni fastidi, come zan­zare e zecche, latrici anche di encefalite, particolarmente ghiotte di stranieri, ai quali si raccomandano grandi cautele. Per fortuna siamo state risparmiate sia dalle une che dalle altre.
La nostra conoscenza col lago Bajkal è cominciata a Listvjanka, che si trova a circa 70 chilometri da Irkutsk.



Mercoledì 21 maggio

La giornata di martedì è stata dedicata agli incontri accademici, alla mia lezione, a discutere di progetti per il futuro. Ora tocca al lago Bajkal, che fino a questo momento per tutti noi è stato solo un nome e una leggenda e che ora prende forme reali. È ciò che accade ogni volta che un punto sulla carta geografica, non importa se lontano o vicino rispetto a quello dove ci troviamo, smette di essere un punto e diventa un luogo.
Purtroppo non abbiamo fortuna col tempo. La pioggia ha spento sì gli incendi, ma non aiuta a cogliere la bellezza del paesaggio. Par­tiamo in una comitiva numerosa: a noi otto e a Nastia che ci ac­com­pagna si sono aggiunti dei ragazzi dell'università che vogliono prati­care un po' l'italiano e chiacchierare con le nostre studentesse.
La strada per Listvjanka è larga e diritta e in meno di un'ora di autobus arriviamo alla nostra prima tappa, il museo di storia naturale, che comprende un acquario, delle sagome di pesci e di piante, oltre a una mostra sulle ricchezze faunistiche e geologiche della zona. È qui che vedo sguazzare la famiglia di foche nerpa e pesci i cui colori fanno pensare ai tropici. E poi la sagoma esterna di uno storio­ne uc­ciso, molto probabilmente, per ricavarne il caviale. È un pesce molto grosso, la cui età (13-14 anni) è maggiore di quanto non sia, di solito, quella dei mari più caldi. E poi aquile immense che hanno ar­restato il volo in un angolo del museo insieme ad altri rapaci, animali dalle pellicce preziose, a cominciare dagli zibellini.
All'uscita dal museo la pioggia è cessata e ci avviamo lungo la costa del lago in direzione del centro di Listvjanka. Non ci sono alter­native a quella di andare a piedi, almeno per una comitiva così nume­rosa, perché l'autobus passa solo un paio di volte al giorno e i micro­bus, sui quali si regge il traffico locale, sono sempre strapieni. Listvjanka, così chiamata dal nome della pianta, listvennica (larice), che costituisce la maggior ricchezza del luogo, dista cinque chilome­tri dal museo. Ogni tanto passa qualche automobile che comunque non disturba la nostra passeggiata. Nonostante la pioggia l'aria conti­nua ad essere molto secca e, comunque, diversa da quella alla quale siamo abituati. È un'aria speciale, si compiace Nastia, che esiste solo da noi.
Andiamo avanti a piccoli gruppi, mentre le ragazze si fermano ora per fare foto, ora per "assaggiare" con un dito l'acqua del lago. In lontananza si intravede la sagoma di una grande edificio color sal­mone, che comunque, ci assicura Nastia, non è la nostra meta. Avvi­cinandoci, scopriremo trattarsi di un albergo mastodontico, un vero affronto alla bellezza del luogo. Davanti all'ingresso stanno numerosi inservienti ma non sembra esserci nessun ospite. Proseguiamo oltre, fino al piccolo mercato del pesce, dove ci aspettano file di venditori e di venditrici di pesce affumicato, il famoso omul', tenuto aperto con dei piccoli stecchi. Ne compriamo un paio a testa, insieme a una fo­caccia appena sfornata ed ecco un menù delizioso. Per mangiarlo ci infiliamo in un caffè, evidentemente attrezzato, dove possiamo com­prare qualche piatto di carta e berci un the caldo. Però il pesce lo mangiamo con le mani, come per adempiere un rito, staccando piccoli pezzi dalla spina e portandoceli alla bocca. Ci resterà per un po' at­taccato l'odore dell'omul' affumicato, per nulla spiacevole.

459_mercato

Gli avventori del caffè (o forse tavola calda?) sono vari. Ci sono le donne del mercato che entrano per rinfrancarsi, gente di passaggio e poi dei clienti fissi, che si fanno servire sulle stoviglie portate da casa. Qualcuno si ferma fuori della porta, dove un venditore buriato tira fuori da un calderone delle porzioni di pilaff, che l'acquirente corre a mangiarsi dentro il caffè o accucciato sui talloni, a seconda delle abitudini. Ha ripreso a piovere forte e fa freddo.
Finito il pranzo, nasce il problema su come tornare a Irkutsk. L'unica possibilità sembra essere il microbus fermo su un piazzale vicino al lago. Ci sono già delle persone sedute dentro, ma l'autista ci incoraggia a salire tutte. E comincia il viaggio di ritorno. Stipate, senza respirare, sul pulmino lanciato a grande velocità sulla strada bagnata. La visuale della strada mi è coperta da diverse schiene, ma a giudicare dagli sguardi di chi ha possibilità di vedere, ci momenti particolarmente emozionanti. I passeggeri locali sono impassibili; ci diranno poi che invitare uno di questi autisti a moderare la velocità serve solo ad accentuare la sfida al destino. Altro che cinture di sicu­rezza. Qui non le hanno ancora inventate...
Miracolo: dopo un'ora scendiamo incolumi dal pulmino, che ci de­posita proprio davanti alla nostra residenza universitaria...
Ci fermiamo un po' a chiacchierare con Nastia. Anche per Nataša e per me ci sono tante cose nuove, da capire. In particolare ci interes­sa il rapporto tra la città della periferia e la capitale dell'impero. Da parte di Nastia, che è nata a Irkutsk, Mosca viene av­vertita come città estranea, quando non ostile. Per i moscoviti (e forse si potrebbe dire la stessa cosa per i pietroburghesi) la Siberia, quella orientale spe­cialmente, è un luogo selvaggio, fonda­men­tal­men­te estraneo. A questa immagine hanno certamente contribuito le vicende della storia. Anche dal punto di vista di noi occidentali la Siberia era un luogo dove "si finiva", "si veniva mandati", non dove si andava di sponta­nea volontà. Si capisce quindi perché i siberiani fossero eter­namente destinati all'isolamento rispetto all'Europa. D'altra parte dalla Siberia la Russia traeva e trae tuttora le sue maggiori ricchezze. Nella quasi completa paralisi dello sviluppo industriale, le risorse economiche sono pompate in larga misura da quelle naturali della Siberia. Questo accadeva anche al tempo dell'Unione Sovietica, ma ha avuto un'impennata improvvisa al momento in cui questa si è dissolta. La fortuna degli oligarchi è nata in gran parte proprio qui, dai giacimenti di gas e di altre riserve energetiche.
E se un tempo il divario tra l'est e l'ovest era meno avvertito per­ché i mezzi di comunicazione erano assai più limitati, oggi balza agli occhi del siberiano qualunque che si trova al di qua degli Urali, e in particolare a Mosca. A Mosca infatti si devono risolvere molte que­stioni amministrative per le quali il governo locale non può avere la delega. Perciò gli interessati volano nella capitale per "sbrigare" le loro faccende. Questo spiega il fatto che i voli sono sempre strapieni. Ma sono circa 5000 chilometri, 6 ore di volo a quasi 400 euro. Le perso­ne a basso reddito, come sono i dipendenti pubblici e in parti­colare gli insegnanti, compresi quelli dell'università (che in media guadagnano 80-120 euro al mese), non possono permettersi, per esempio, di "conse­gnare" un documento nelle mani di un funzionario di un ministero. Anche se questo è onesto e in buona fede, le proba­bilità che il docu­mento giunga nelle sue mani sono poche. Non è chiaro se esiste un servizio di corrieri efficiente, in grado di far giun­gere dei documenti a destinazione. Pare che non ci sia. Anche questo contribuisce ad ac­centuare la distanza tra il centro e la periferia.
Ne sa qualcosa anche la nostra Nastia che, per ottenere il visto ita­liano, ha dovuto recarsi di persona a Mosca, sottostare a qualche stu­pido ricattuccio del quale anche le nostre rappresentanze all'estero sono capaci, attendere una settimana e vedersi consegnare il passa­porto col visto poche ore prima della partenza del suo aereo per l'Italia.
Anche la televisione in Siberia ha programmi diversi. Le notizie ge­nerali passano rapidamente sul display in fondo allo schermo e buo­na parte del tempo è dedicata alla pubblicità. Però qui la pubbli­ci­tà reclamizza per lo più prodotti di basso costo, di uso domestico, mentre nei canali nazionali, destinati alle grandi città dell'ovest, è tut­to uno sfoggio di automobili eskluzivnye, di profumi, mobili, scuole pri­vate prestižnye. Secondo alcuni, si preferisce che in Siberia non si ve­da quanto si sono arricchiti "in Europa". Dunque i poveri è meglio che restino poveri e che non sappiano come si sta da ricchi. Le poche ec­cezioni che si potrebbero citare non smentiscono l'anda­men­to ge­nerale.
Anche i cambiamenti che segnano il passaggio dall'epoca sovieti­ca a quella post-sovietica si avvertono meno che a Mosca. Qui si è vo­luto cambiare tutto, a cominciare dai nomi delle strade, delle sta­zioni dei metrò, con costi ingenti (più che altro un cambiamento di faccia­ta); ma alcune contraddizioni restano aperte, come quella tra i nomi della città di Pietroburgo e la provincia di Leningrado. Altrove le città hanno lasciato i vecchi nomi. A Irkutsk via Lenin e via Karl Marx sono le due strade centrali, ma non mancano altri ricordi della storia russa: via Chmel'mickij e via Sten'ka Razin, via dei Fatti di Dicembre, via Dzeržinskij, nonché via Sovetskaja, via dell'Armata rossa e, per passare al socialismo internazionale, via Karl Liebknecht, via Marat, via Fourier...
Chiacchierando di questa come di altre cose siamo ripassate sul lungo Angara; Alessandro III, tozzo come in tutti i monumenti che gli sono stati dedicati, sia in piedi che in groppa a uno stallone, ci guarda fiero di aver riguadagnato il suo piedistallo. Dopo tanta pioggia il cielo finalmente si è rasserenato. Sono le nove e mezzo e il sole ha cominciato a calare sulla linea dell'orizzonte. Rientriamo nel pensio­nato e siamo accolti dal pungente odore della cucina di Vivian. Ri­cette cinesi a base di aglio e cipolla. Chiudiamo la porta e andiamo a dormire.



Giovedì 22 maggio

La giornata è cominciata all'insegna del brutto tempo: pioggia tor­renziale e vento freddo. Un po' più tardi, a poco a poco, il tempo si è rimesso e dopo una breve fermata all'internet point dell'ufficio po­stale vicino casa ci siamo dirette all'università. Qui buona parte del tempo è passata a fare e disfare progetti per i giorni successivi. L'incontro programmato per venerdì con gli studenti è saltato perché, a causa di lavori all'acquedotto, i servizi igienici saranno inagibili e perciò tutta la struttura dell'università sarà chiusa. Del resto studenti russi e ita­liane hanno già familiarizzato e passano quasi ogni giorno ora con le une ora con le altre.
Nel frattempo Marina, una delle studentesse irkutskiane più intra­prendenti, insiste perché le nostre ragazze vadano in dacia da lei nel fine settimane. Quanto all'indomani, dipenderà dal tempo. Io vorrei dare un'occhiata alla biblioteca, ma è chiusa per restauri. Le nostre colleghe sono impegnate chi con gli esami di diploma, chi con gli esami di ammissione. Sono tutte molto gentili e cordiali e si scusano sempre di dover scappare di qua e di là. Le capisco benissimo ed esprimo loro tutta la mia solidarietà. In più, a quanto sembra, piccoli rancori locali o personali contribuiscono a rendere più difficili le rela­zioni tra le insegnanti.
Una volta definiti i programmi, con Nataša ci avviamo verso la via Marat alla ricerca di un posto dove mangiare. Il cielo si è schiarito e ora si riflette in enormi pozzanghere, insieme agli alberi e al sole che filtra tra le foglie. Per fortuna passano poche automobili e quelle poche, non si sa se per cortesia o per prudenza, entrando nell'acqua vanno a passo d'uomo. Ma di lontano vediamo arrivare uno sfacciato che alza col suo fuoristrada cortine di acqua marrone. Facciamo in tempo a ripararci in un portone.
In piazza Kirov la pioggia ha provocato non pochi problemi. Sin dal primo giorno, giungendo con l'autobus sulla piazza centrale anti­stante l'università, mi aveva colpito il fatto che proprio alla fer­mata mancassero le grate fognarie. Di modo che chi fosse sceso dall'autobus un po' distratto, avrebbe corso il rischio di caderci dentro. Nelle città russe, da che ricordo, tombini mancanti e buche fanno parte della strategia urbana. Ma questo era troppo. Ma non protestate?, avevo chiesto a una ragazza guardando quelle belle vora­gini rettangolari. Lei mi aveva sorriso.
Dunque in piazza Kirov la pioggia aveva creato grossi problemi, perché, si è appreso dalla televisione, aveva coperto le buche e ci erano finite dentro parecchie automobili (dei pedoni non si sa nulla). Le grate mancano perché, essendo in ghisa, sono state rubate e il co­mune non ha fatto in tempo a sostituirle...
Ma torniamo alla nostra ricerca di un luogo dove pranzare, lunga ma coronata dal successo: un ristorante dall'apparenza un po' pompo­sa ma in fin di conti gradevole, con un servizio rapido ed eccellente, molto professionale. Ci siamo limitate a dei bliny ripieni di salmone, ripassati in forno e adagiati su una crema di funghi. Tutto molto buono e piacevole, per una cifra, in fin dei conti, contenuta. Il risto­rante deve essere specializzato in lunch per gli uffici che si trovano sulla via Marat. Uno strada dagli edifici eleganti e ben tenuti. Anche questi riflessi nelle pozzanghere...



Venerdì 23 maggio

Per fortuna il tempo ha tenuto e potremo fare il giro che ci erava­mo proposte. Una visita alla casa-museo Volkonskij passando per la te­nuta Sukačëv al mattino, quindi di nuovo verso il lago Bajkal per vi­sitare il villaggio di Tal'cy. Ci faranno da guida, ancora una volta, Nastia, quindi la nostra collega italianista Larisa Vasil'evna. Purtrop­po Alessandra Leone non è potuta venire con noi.

L'ingresso alla tenuta Sukačëv è praticamente nascosto da un grosso carro armato riverniciato di recente, che funge da monumento alla memoria degli irkutskiani caduti nella Seconda guerra mondiale. La tenuta, relativamente piccola (non so se rispetta le dimensioni che aveva originariamente) e ripristinata di recente, è curata e ben tenuta, e dà l'idea di quella che doveva essere una proprietà di campagna russa, una usad'ba: comprendeva edifici con funzioni diverse, dalla residenza padronale a quella della servitù, la cucina, i magazzini, i servizi e una scuola destinata ai ragazzi del quartiere. V. P. Sukačëv era, oltre che mercante, un appassionato viaggiatore e botanico. Du­rante i suoi viaggi aveva raccolto numerosi esemplari di piante, che aveva sistemato poi nel giardino della tenuta. All'inizio del Nove­cento, sembra per ragioni di salute, Sukačëv si era trasferito in Cri­mea, dove era stato sorpreso dalla Rivoluzione. Emigrò quindi all'estero e a lungo di lui e della sua famiglia si persero le tracce. Nel frattempo la proprietà era stata confiscata. Dopo il 1991 il comune di Irkutsk ha voluto ripristinare la tenuta, ricostruire parte degli edifici andati distrutti e trasformarli in museo, nonché piantare alcuni di quegli esemplari di cui l'antico proprietario andava tanto fiero. Pur­troppo non c'è tempo per visitare la casa museo (con grande delusio­ne della custode) perché dobbiamo affrettarci verso casa Volkonskij, residenza della famiglia più famosa tra quelle dei decabristi esiliati.



I decabristi a Irkutsk

Non mi soffermerò a parlare dei decabristi perché di essi si trova­no numerose, autorevoli testimonianze redatte da specialisti. Mi li­mito a ricordare che così furono chiamati i partecipanti all'insur­re­zione del 14 dicembre 1825, animata da un gruppo di nobili e di uffi­ciali che per lo più rivendicava la concessione di libertà co­stituzionali da parte del nuovo imperatore, Nicola I. In realtà buona parte dei partecipanti al complotto, tra i quali peraltro non c'era uni­formità né di strategie né di programmi, era già stata arrestata nei giorni prece­denti. Resta comunque l'importanza di quel movimento, sia come forse unico se­gnale che le idee dell'Illuminismo francese erano giunte fino in Russia, sia per l'enormità delle pene inflitte agli insorti: alcune decine di condanne a morte eseguite sotto gli occhi del popolino e più di cento condannati alla deportazione. Si trattava del fior fiore della intellighenzia russa che scontò, una volta per sempre, il suo sogno di libertà.
Furono 124 i condannati che giunsero ad Irkutsk e il recente re­stau­ro di casa Volkonskij, l'allestimento del museo e la pubblica­zione di un volumetto in occasione dei 180 anni trascorsi dal giorno del loro primo arrivo, consentono di ricostruire parte della loro storia (T.A. Perceva, Po mestam decabristov v Irkutske, 2006).
Il primo contingente giunse da Pietroburgo, allora capitale, il 27 agosto 1826, vale a dire circa sette mesi dopo l'insurrezione e dopo un viaggio di diversi mesi. In un disegno esposto al museo ho potuto vedere queste tradotte, formate da carri coperti e chiusi montati sulle slitte. Irkutsk fu per molti di loro solo una tappa di transito, in attesa di es­sere smistati in luoghi assai più remoti, a lavorare per lo più nelle mi­niere. Il più vecchio dei deportati aveva sessant'anni, il più giovane venti.
Provo a immaginare la scena dell'arrivo, alle porte della città. Anzi, alla porta, o "arco di trionfo", eretto una quindicina d'anni prima in occasione dell'ascesa al trono di Alessandro I, forse nella speranza (vana) che l'imperatore si spingesse fin lì. Leggo sul libro della Per­ceva: "Dal 26 agosto cominciarono le ‘manifestazioni' degli irkutskani in prossimità della porta di Mosca, in onore dei primi sca­glioni di decabristi". Cosa significa "le manifestazioni in onore"? Non credo che, questa volta, si trattasse del popolino. Dovevano es­sere piuttosto i notabili del luogo, a cominciare dal governatore, incu­riositi da queste illustri presenze, anche se si trattava di condannati.
L'arco di trionfo fungeva da "arco del ringraziamento", passato il quale i viaggiatori rivolgevano una preghiera riconoscente, rivolti  alla chiesa del monastero dell'Assunzione, posto poco distante. Di questo arco non sono rimaste tracce, ma lo si può vedere in una foto scattata nel 1906, su degli enormi basamenti che di certo non possono avere mera funzione estetica.
Chi era preposto a organizzare la destinazione finale dei condan­nati si trovava in un grosso imbarazzo, specialmente se si trattava di nobili di famiglie famose. Perciò, una volta che erano giunti a Irkutsk, veni­vano smistati in diversi edifici statali, a cominciare da quello della stazione di posta, che si trovava lì vicino. La posta era allora il luogo dove si cambiavano i cavalli, si mangiava, si alloggiava, e dove gli impiegati potevano essere "ottusi e rozzi", come li descrisse M.S. Lunin alla sorella. In mancanza di edifici adeguati, alcuni dei con­dan­nati furono sistemati in una distilleria, altri spediti subito in minie­ra.
Una po' per volta, superata la soggezione, i funzionari del luogo, a cominciare dal sindaco, da un insegnante, alcuni mercanti, chiesero di poter visitare i condannati. Visitatori e visitati erano gli uni per gli altri fonte di curiosità e di notizie.
Quando arrivò il secondo scaglione, nel gennaio dell'anno succes­sivo, le autorità si erano organizzate e le regole per le visite erano di­ventate più severe. Rinchiusi nella prigione, non potevano ricevere estranei, se non con un'autorizzazione speciale. A. M. Murav'ev ri­corda la sporcizia e la fame sofferta in quella prigione, con particolari molto simili a quelli che avrebbero patito tutti gli altri deportati in Si­beria.
Alcuni dei condannati vennero raggiunti dalle mogli. Provenendo per lo più da famiglie nobili, esse avevano ricevuto l'autorizzazione solo dopo aver rinunciato al titolo, agli appannaggi, e ai figli. Giun­sero in Siberia, tra le altre, per citare i nomi più famosi E. I. Trube­ckaja, M. N. Volkonskaja, A. G. Murav'eva, E. P. Naryškina. Ma non erano soltanto donne russe: accanto a loro ci furono anche delle fran­cesi. Le cronache parlano di tal Madame Camille Le Dant, sposa del decabrista V. P. Ivašev e di Madame Pauline Gueble, fanciulla di modesta origine mo­desta che andò sposa a un ufficiale russo, tal Annenkov. Pauline era una modista provetta, e questo l'aiutò non poco nel periodo dell'esilio. Per tutte loro Irkutsk era una tappa ne­cessaria per raggiun­gere i propri cari, anche a centinaia di chilometri di distanza. In queste soste trovarono spesso conforto presso famiglie locali.
Le condanne ai lavori forzati furono di durata variabile, e dopo 10-15 anni la maggior parte dei decabristi sopravvissuti ricevette l'autorizzazione a trasferirsi nel capoluogo. Fu allora che la casa Vol­konskij divenne il centro culturale di Irkutsk. La padrona di casa era aggiornata su quanto di più interessante e attuale avveniva nella ca­pitale dell'impero e ben presto divenne un punto di riferimento del tutto nuovo in città. Nel suo salotto si tenevano concerti, si discuteva di letteratura, di teatro, ma anche di agricoltura e di giardinaggio.
Alle pareti della casa-museo sono esposti i ritratti suo e dei due figli nati in Siberia, Michele e Elena. Il primogenito l'aveva dovuto lascia­re alle cure della suocera in Russia, dal momento che aveva de­ciso di raggiungere il marito. Le immagini ci presentano una donna preco­cemente invecchiata, pensosa, forse immersa a riflettere sulle deci­sioni prese, sul fatto di aver voluto sposare un uomo non amato e di averne voluto, ciò nonostante, condividere la sorte. In questa casa Maria Volkonskaja visse dal 1847 (cioè una ventina d'anni dopo il suo arrivo in Siberia) fino all'amnistia del 1856. In seguito la casa fu trasformata in Scuola professionale per gli orfani.
Nel 1845 ricevette l'autorizzazione a trasferirsi a Irkutsk anche la famiglia Trubeckoj. Le figlie minori presero a frequentare l'Istituto per signorine della Siberia orientale, e il salotto della moglie, Ekateri­na Ivanovna, divenne un altro centro di vita culturale, fino a quando, nel 1856, la famiglia lasciò la città. Dal 1848 risiedette a Irkutsk anche P. A. Muchanov, che si comprò una piccola casa a un piano, "per non mettere in imbarazzo gli abitanti del luogo sfog­giando una casa troppo lussuosa", come erano le case a più piani.

Tra i deportati c'era anche un giovane italiano, Alessandro Poggio, che, come racconta Franco Venturi nella sua monografia de­dicata al ruolo avuto dai fratelli Poggio nel moto decabrista, era stato al pari di altri prima condannato a morte e poi aveva avuto la pena comminata nella deportazione. Nel 1859 Poggio, che aveva conti­nuato a fre­quentare assiduamente casa Volkonskij, lasciò la Siberia per tornare a Mosca. Nel frattempo aveva sposato la direttrice del­l'Isti­tuto per si­gnorine, aveva avuto una figlia, Varja, e fu proprio grazie a lei che nel 1866 giunse in Italia, a Firenze. Il fratello Giu­seppe fu più sfortu­nato e finì i suoi giorni a Irkutsk, consunto dalla malattia contratta du­rante lo spaventoso isolamento nella fortezza di Schisselburg.

Il libro della Perceva contiene numerose fotografie, sia di famiglie che dell'architettura locale. La maggior parte degli edifici che vi sono riprodotti non esiste più; quello che non hanno fatto gli incendi l'ha compiuto l'uomo. Tanto più ci si compiace di osservare la struttura dei palazzi a due piani, la maggior parte di stile neoclassico, le foto delle famiglie che vi abitarono o che diedero inizio ad imprese bene­fiche. Tra queste l'ospedale, fatto costruire dal mercante Kuznecov, un edificio imponente, o il teatro, che ospitò anche artisti famosi prima di andare distrutto nell'incendio del 1879.

La casa Volkonskij è in realtà una casa-museo, che serba i ricordi della famiglia e delle persone che, direttamente o indirettamente, eb­bero a che fare con essa. Si tratta di un bell'edificio in legno, a due piani e verniciato in verde, restaurato (se non ricostruito) di recente, nello stile dei primi dell'Ottocento. Vi si accede dall'interno di un'ampia corte, dove un tempo erano anche i servizi. L'ingresso ha quel gradevole odore di legno vecchio che caratterizza gran parte delle case-museo. Il personale, dalla direttrice alle inservienti, è molto gentile e premuroso, e lo diviene ancora di più alla vista di Nastia. Nastia ha fatto qui il suo tirocinio negli anni universitari e tutti la ri­cordano con nostalgia. Ci sentiamo privilegiate ad essere guidate da una persona così competente e specializzata.
In Russia le case-museo fanno parte della tradizione culturale. Pos­sono essere assai grandi, come quella di Tolstoj nella tenuta di Jasnaja Poljana, che comprendeva anche la scuola per i bambini del villaggio. O più piccole, come quella, sempre di Tolstoj, a Mosca. Alcune sono ancora bellissime e ben tenute (ho sempre presente quella del mercante Rjabušinskij a Mosca, costruita in un noveau stile inconfondibilmente russo), altre in disarmo, come quella di Gor'kij a Nižnyj Novgorod, ma tutte possono essere considerate dei veri e propri archivi di storia artistica e culturale. Come dimenticare la casa in cui visse gli ultimi anni e dove spirò Aleksandr Puškin, a Pietro­burgo, dove ogni particolare ricorda la vita del poeta. O quella di Če­chov a Mosca e poi a Jalta. O di Michail Bulgakov a Kiev, proprio sull'Andreevskij spusk. Le persone addette alla custodia di queste case-museo non sono delle semplici custodi: sono delle vere e proprie vestali, immedesimate al punto nella vita di chi vi ha abitato, che ri­conoscono tutti i volti delle fotografie esposte, sanno dire qualcosa di ogni particolare conservato nelle vetrine. Talvolta si commuovono, ridono, commentano, come se avessero assistito di persona alle vi­cende della famiglia. E anche se qualche volta sono un po' prolisse e un tantino ridicole, il fatto di saper raccontare a scolaresche come al pubblico adulto, alle persone semplici come a quelle più istruite, le rendono figure uniche e indispensabili. Come delle persone di fami­glia.
Questa volta però sarà Nastia a farci da guida. Il fatto che sia molto giovane non toglie nulla alla passione e alla competenza con la quale ci mostra, una dopo l'altra, le stanze di casa Volkonskij. Un nome vagamente familiare a chi ha letto Guerra e pace e ricorda il nome di Pierre Bolkonskij. Tolstoj era infatti imparentato con i Vol­konskij, come ci ricordano delle fotografie all'ingresso del museo.
Una delle prime stanze è interamente dedicata alla "storia femmi­nile" della deportazione a Irkutsk. Le immagini sembrano, più o meno, tutte uguali, perché lo stile delle acconciature, degli abiti, dei ritratti è quello di un'epoca, si conforma alla moda, cioè per noi alla tradizione. Di ognuna Nastia ci narra le vicende, gli interessi, la vita familiare dal momento dell'arrivo a quello in cui lasciarono la città. Rimpiango di non essermi appuntata questi racconti, forse fidu­ciosa che avrei ricordato ogni cosa.
Nastia ci racconta l'amore di queste donne per i loro mariti, il do­lo­re per gli affetti e la casa lasciati laggiù, in Europa e la fierezza delle proprie scelte. La più famosa è naturalmente Maria Nikolaevna Vol­konskaja, figlia del generale Raevskij, che giovanissima andò in sposa, contro la volontà del padre, al principe Sergej Volkonskij, anch'egli membro attivo delle società segrete che propugnavano l'abbattimento dell'assolutismo imperiale. Il generale Raevskij, uomo colto e illuminato, anfitrione di Puškin durante l'esilio meri­dionale del poeta, aveva ravvisato i pericoli di quelle posizioni estreme e per questo aveva chiesto alla figlia di tornare sulle proprie decisioni. Inu­tilmente e anche inspiegabilmente, perché molte circo­stanze facevano ritenere che non si fosse trattato di un matrimonio d'amore. Più pro­babilmente si trattò della volontà di mantenere la pa­rola data e l'aver voluto seguire il marito in Siberia va interpretato come segno di un modello di comportamento, tipico dei decabristi: rinuncia alle pas­sioni in nome degli ideali.

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Il permesso di risiedere a Irkutsk arrivò solo dopo molti anni. Gli insorti erano stati destinati alle miniere di Norilsk, di Nerčinsk e della Jakutia, vivevano in delle casematte e sul luogo di lavoro giun­gevano in catene. Né Marija Volkonskaja, né le altre spose potevano incon­trarli che per poche ore la settimana. Una seppia, opera, molto proba­bilmente, di un deportato, mostra la fortezza di Čita: una paliz­zata al­tissima con una minuscola porta di entrata, davanti alla quale sostano in attesa due donne. Di lato una guardia seduta con la baio­netta al­zata.
In seguito, prima del trasferimento a Irkutsk, i Vol­konskie avreb­bero soggiornato in una piccola stanza all'interno delle casematte fatte costruite proprio per "accogliere" i deportati.

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La visita alla casa-museo prosegue attraverso numerose sale: da quella della musica, con un curioso pianoforte a coda verticale, che Nastia assicura essere l'unico del genere al mondo ancora funzio­nante, a quella da pranzo e quella di studio per i figli più piccoli. In una di queste mi colpisce un ritratto della padrona di casa, partico­larmente triste e severo.
Usciamo piene di impressioni contrastanti in un cortile assolato. La macchina fotografica di Beatrice ha lavorato ininterrottamente per tutta la visita: con una tassa di 100 rubli, ossia di 3 euro, ha conqui­stato il diritto di fare tutti gli scatti che vuole. Le altre ragazze, un po' a ma­lincuore, hanno riposto le loro macchine negli armadietti di cu­sto­dia.
A questo punto ci accomiatiamo da Nastia; la giornata piena di sole ci incoraggia a fare quello che avevamo mancato due giorni prima: una fermata nel villaggio di Tal'cy, il museo etnografico al­l'aperto più famoso della Siberia orientale. A guidarci sarà Larisa Vasil'evna, che sinora si è tenuta in disparte.



Il museo etnografico di Tal'cy

La giornata prosegue nel più piacevole dei modi. Un minibus ci porta in 30 minuti fino a Tal'cy, e l'autista sembra essere meno speri­colato di quello di un paio di giorni prima. Arriviamo che sono le due passate e tre ore di turismo intenso hanno stimolato l'appetito di tutte. Nel villaggio è stato appena riaperta, dopo la pausa invernale, la trat­toria gestita da una simpatica famiglia buriata. Se si evita di buttare l'occhio in cucina, possiamo dire di aver mangiato bene: chi pel'meny, chi pesce alla griglia, che frittelle (pirogi) di patate. Ho il fondato sospetto che tutte queste squisitezze vengano dal congelatore e che l'arte del cuoco sia di farle apparire appena preparate. Il cuoco si conquista l'ammirazione incondizionata delle ragazze quando porta sul bancone un grosso samovar e, con uno smagliante sorriso tutto d'oro, le invita a servirsi da sole. Per loro è una festa, e non la fini­scono più di fotografarsi l'un l'altra mentre aprono e chiudono il ru­binetto del samovar.
Non manca un'altra prova di vita rustica: quella del gabinetto all'aperto, costituito da un'asse di legno con un buco in mezzo.
Tal'cy è stato ricostruito dopo che il luogo dove sorgeva fu inon­dato dalle acque dell'Angara per la costruzione della diga della cen­trale idroelettrica. Ora si trova su un'insenatura del lago Bajkal ed è stato adibito a museo. L'architettura delle case e delle chiese è parti­colarmente elegante. Le capanne col tetto coperto di terra ed erba (djorn), i cortili dove le case hanno conservato una loro autenticità, la scarsità (ancora per poco) di turisti, tutto l'insieme rende gradevole la visita del luogo.
Nel frattempo arrivano ragazzi a frotte. Le ragazze, con grandi fiocchi nei capelli e una fusciacca rossa di traverso, sfoggiano sorrisi maliziosi e soddisfatti. I ragazzi sono di due tipi, alcuni hanno un fare più sfacciato, altri l'aria impacciata di chi si trova ancora in un'età di passaggio. Si tratta di allievi che hanno terminato gli undici anni di scuola dell'obbligo, come indica la scritta sulle fusciacche, vypu­sknikí. Nell'aria si sente fremere la primavera, l'attesa, il gioco, il ti­more del nuovo...
Su un'altalena di foggia insolita tutte diamo prova di spericolatez­za e (in)esperienza. Passiamo poi a visitare la scuola parrocchiale, il for­tino, la chiesetta, un piccolo museo del vetro. Siamo tutte un po' ubriache di luce, di sole, di emozioni, tante in quella giornata così in­tensa. Ci avviamo verso l'uscita attraversando un bosco di betulle di indescrivibile bellezza, carezzato dalla luce del sole che l'avvolge tutto come in una nebbia.

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È stata proprio una giornata fortunata. Mentre pensiamo preoccu­pate a chi e come ci avrebbe riportato in città, vediamo spuntare uno dei soliti microbus, miracolosamente vuoto. Salire di corsa, partire e arrivare (sempre a velocità elevatissima) è stato questione di un atti­mo.
La sera abbiamo festeggiato tutto e tutte con una bella pasta asciutta nella nostra cucina. Con la pasta e il sugo preparati da Ales­sandra, insalata, ciliege, nonché dolce e spumante portate dalle ragaz­ze. Il tappo dello spumante non ne voleva sapere di saltare e molte foto di Beatrice mostrano gli sforzi compiuti da ognuna di noi. Alla fine ci siamo arrese e abbiamo chiesto a Xavier, il vicino spagnolo di Ales­sandra, di darci una mano. Abbiamo ricambiato con una fetta di torta...

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Alessandra e Nataša all'opera



Il fine settimana

Nel fine settimana le ragazze hanno preso strade diverse dalle no­stre,"professorali". Loro sono state invitate in dacia da una delle stu­dentesse di italiano, Marina; gran festa per tutte, per le nostre ragazze, per la famiglia di Marina, per i vicini, il cane, ecc. Il giorno successi­vo sono andate a fare un giro sul Bajkal express: un piccolo treno sul tratto ferroviario dismesso della Transiberiana che costeggia il lago, costruito da ingegneri italiani e adibito ora a mezzo di gite turistiche.

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La dacia di Marina

Noi abbiamo deciso di passare un fine settimana più tranquillo, tanto più che il tempo non era incoraggiante. Sabato con Nataša ab­biamo trovato un bel ristorantino, dove ci siamo mangiate degli in­voltini di salmone molto buoni, abbiamo curiosato nelle librerie, fatto una fermata in un internet point e piccole cose del genere. La dome­nica si sono alternati violenti scrosci di pioggia a vento freddo e im­petuoso che, anziché spazzare via le nuvole, sembrava accumularne sempre più.

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In gita sulla Transiberiana

Io sono rimasta al riparo nella mia stanza a leggere un libro di Šiškin, talentuoso scrittore contemporaneo che scrive uggiose crona­che dell'Ottocento, e a preparate la lezione per l'indomani. Ma è stata anche un'occasione piacevole per chiacchierare e conoscere meglio Alessandra, l'insegnante di italiano. Grazie ai suoi racconti ho rice­vuto un altro scorcio della vita nella regione.
L'italiano, come ho già detto, è lingua molto in voga. Sia per ra­gio­ni culturali che per ragioni economiche. Molte imprese italiane hanno aperto fabbriche nella zona; per le fabbriche di mobili questo si spiega con l'abbondanza di legname. Altre sono imprese commercia­li, che si occupano della diffusione della produzione italiana. Ciò che viene dal nostro paese è simbolo di eleganza e di buon gusto, èli­tarnyj, luxury, e si contrappone alla produzione cinese, senz'altro più a buon mercato e accessibile alle tasche della maggior parte delle per­sone. La produzione locale è pressoché assente e la merce viene quasi tutta dall'estero.
La nostra lingua è molto richiesta dagli studenti all'università e da poco è stata aperta una classe di italiano anche in un liceo. Tutto que­sto spiega perché l'insegnante italiana, che lavora a Irkutsk già da qualche anno, sia sempre molto impegnata. Le si chiede di promuo­vere il turismo locale, di far conoscere le bellezze della regione in Italia, di tradurre documenti, di fare da tramite tra imprese. Può trat­tarsi di vini, di imbarcazioni, materiali da costruzione, macchinari, ecc. In particolare lei ricorda ridendo il caso dell'italiano che voleva comprare una partita di elicotteri. Un giorno arriva una telefonata dall'Italia. "Sappiamo che nella regione c'è una fabbrica di elicotteri. Potrebbe ordinarcene undici?". Le trattative prendono l'avvio. La fabbrica di elicotteri, che si trova dalla parte opposta del Bajkal, pro­duceva un tempo elicotteri per l'esercito. Ora cerca di riciclarsi per il servizio civile. L'interesse è, evidentemente, reciproco. Ma a un certo punto le trattative si sono bloccate, a causa delle modalità di conse­gna. Dalla Siberia orientale gli elicotteri possono raggiungere l'Italia solo in volo, ma a quanto pare la legislazione russa non prevede che un mezzo aereo straniero (fatta eccezione per l'aviazione civile) sor­voli il suo territorio. Possiamo immaginare la delusione di tutti: dei fabbricanti di elicotteri come degli acquirenti italiani, che si sono visti sfumare l'affare.
Nel pomeriggio con Alessandra andiamo a fare pranzo-cena in un caffè sulla via Litvinov, lo Snežinka, ossia "fiocco di neve". Il locale è molto grazioso e ben arredato, le cameriere carine e gentili e il cibo appetitoso. I frequentatori sono anche loro interessanti e vari: alcuni sembrano appena usciti da un set cinematografico o da uno studio per giovani architetti: russi, buriati, cinesi, tutti alti e slanciati, col fare di­sinvolto di chi è sicuro di sé. E poi una famiglia numerosa che si ferma solo per un tè, una ragazza davanti a un'enorme macedonia di frutta, una coppia con una lei dalle sporgenze anteriori e posteriori ben in evidenza. In generale, molto movimento. Verso le nove tor­niamo a casa, purtroppo ancora sotto la pioggia. Le pozzanghere sono diventate ancora più grandi e richiedono del tempo per aggirarle, l'autobus sul quale ci imbarchiamo ha problemi con la puleggia, ma quando arriviamo a destinazione la pioggia è quasi cessata e il cielo ci fa ben sperare per l'indomani.



26-27 maggio, ultimi giorni a Irkutsk

Gli ultimi giorni non sono meno intensi dei primi. Il lunedì comin­cia con l'incontro col pro-rettore alla ricerca, Aleksej Michajlovič Kaplunenko, che ci accoglie con molta cordialità. È un incontro uffi­ciale, al quale partecipa, insieme a Nataša e a me, tutto il dipartimento di lingue romanze. Si parla di interessi comuni, di progetti per il futu­ro, di programmi di ricerca. Il tutto all'insegna della reciproca simpa­tia, ma anche con qualche richiesta da parte mia, in particolare che si metta mano alle residenze per gli studenti. Sono tutti d'accordo e, o mi­racolo, tornata a Firenze apprendo che si sono già messi all'opera. Dico miracolo, perché da noi non sarebbe mai successo... All'in­con­tro ufficiale segue la mia lezione sull'uso dell'articolo in italiano e le sue non corrispondenze in una lingua senza articolo, quale il russo.

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Finita la lezione comincia l'anticipo del commiato, dato che que­sto è il nostro ultimo giorno all'università. È previsto un buffet con as­saggio delle specialità locali. Il cibo è preparato con cura, e an­cora una volta traspare il desiderio di far conoscere il meglio di sé. I pirogí di pesce, di cavolo, la crostata di fragole sono solo alcune delle deli­zie. E si brinda con vino dolce che dà un po' alla testa a tutte, ci si augura che questo sia solo il primo di molti incontri che seguiranno. So­no un po' frastornata, vorrei dire sì a tutto: a una grammatica, a un'an­­tologia, a una ricerca sul folclore del Bajkal, uno scambio di stu­­denti, uno di professori... e a tutti: a Eugenia, a Larissa, ad Ales­san­­dra... Devo sempre ripetere che da noi non è così semplice, che non ab­bia­mo case dove ospitare gratuitamente gli studenti, che i co­rsi di ita­lia­no per gli studenti stranieri di fatto all'università sono po­­chi. Anche se l'università di Firenze si vanta della sua inter­na­zio­na­­liz­za­zione. Forse sono scrupoli eccessivi, perché loro non mi ascolta­no.
Ancora saluti calorosi e poi fuori, verso una nuova meta. Questa all'inizio non ci è chiara. In realtà andremo a trovare una pittrice di batik, il cui laboratorio è un po' distante dal centro. La pittrice è molto carina e alcune di noi comprano dei foulard. Apprendiamo che, con la crisi economica in corso, è senza lavoro da mesi e che a fatica riesce ad acquistare la materia prima necessaria per il suo lavoro. La situazione, nel complesso, è surreale e triste al tempo stesso.
Usciamo sulla strada, dove si affacciano case di legno e palizzate variopinte. Intanto il sole illumina le cupole della chiesa della Ma­don­na di San Vladimiro. Quando Marija Volkonskaja giunse a Ir­kutsk, si fer­mò proprio qui per ringraziare di averla sin'allora protet­ta. Davanti alla chiesa corre una strada sterrata, in mezzo alla quale si le­vano, enormi, i pali dell'alta tensione... 



Ancora sulla provincia e il centro. Ovvero: cosa vuol dire essere si­beriano

Come abbiamo già percepito dalle conversazioni con Nastia, ben­ché la Siberia, e in particolare la Siberia orientale con la regione di Irkutsk, faccia parte dell'impero russo da più di tre secoli, il senti­mento comune è di non volersi sentire provincia, di voler mantenere una propria identità, diversa da quella della madrepatria. Se proviamo a fare un confronto con altre realtà, di territori lontani colonizzati nel periodo, più o meno, in cui fu colonizzata la Siberia, emerge una dif­ferenza fondamentale: le colonie inglesi, spagnole, sono ormai da molto tempo indipendenti e hanno elaborato una pro­pria identità cul­turale, solo indirettamente legata (per esempio attra­verso la lingua) a quella che era una volta la madre patria e i coloni sono diventati parte di questi nuovi paesi.
Con la Russia le cose sono andate diversamente. Alaska a parte, la Russia, grazie anche alla continuità territoriale, non ha mai lasciato andare i territori conquistati, ma ha continuato a colonizzarli facen­dovi affluire altre popolazioni, russe o appartenenti ad etnie prece­dentemente assoggettate. Inoltre ha incoraggiato il movimento di que­ste etnie non russe grazie, prevalentemente, al servizio militare. In questo modo si sono create delle classi di funzionari, vuoi civili che militari, che hanno fatto da cinghia di trasmissione tra il potere cen­trale e quelli locali. Col tempo questi processi si sono fatti sempre più com­plessi.
In Asia si è assistito, tra l'altro, al radicalizzarsi di due tipi di rap­porti: quello della affermazione di alcune signorie locali su altre e quello della subordinazione al governo centrale. Tutto questo è stato reso più complesso dalla presenza russa. Prendiamo, ad esempio, la regione di Irkutsk, che un tempo era tutt'uno con la Buriatia. La po­polazione indigena era prevalentemente nomade, e tale è rimasta, al­meno in parte, fino a poco tempo fa. In epoca sovietica si è cercato, inizialmente, di garantire l'integrità culturale russa, venendo a patti con quella buriata. Successivamente, quando Stalin dichiarò guerra a tutte le nazionalità non russe, procedendo, con vari pretesti, a depor­tazioni e a massacri di massa, i russi continuarono ad essere privile­giati. Anche perché nel frattempo si volle dare inizio alle grandi opere di sfruttamento delle riserve idriche e minerarie. In un romanzo molto popolare all'epoca, dal titolo Terre vergini, si cantava della conquista di queste terre da parte di giovani russi entusiasti. Nello stesso perio­do nell'estremo nord-est della Siberia (nei gulag, per intendersi), ve­nivano deportate milioni di persone, scelte più o meno a caso e desti­nate a perire nella quasi totalità. La politica del governo centrale era quella, elementare, della carota e del bastone o, a seconda del mo­mento, del solo bastone. Quando la politica di repressione delle iden­tità nazionali venne attenuata (questo avvenne anche sotto Stalin, in tempo di guerra, perché c'era bisogno di raccogliere più carne da cannone per buttarla sul fronte occidentale) si favorirono le istanze locali, purché fossero guidate da personalità obbedienti al governo centrale. Questo accadde in Asia centrale e orientale, con ingusci, bu­riati, kazaki, uzbeki, jakuti, che in elezioni farsa furono mandati a eleggere loro connazionali. Ma non fu così nella regione di Irkutsk, a prevalenza russa. Il risultato è stato lo sviluppo di una cultura russa con peculiarità proprie, spesso in opposizione a quella ufficiale del governo centrale. Perciò qui hanno i "loro" poeti, artisti, scrittori, riconosciuti non tanto come russi, quanto come siberiani. Uno di questi era Vasilij Šukšin, che proveniva dalla regione dell'Altai; o il commediografo Aleksandr Vampilov o Valentin Rasputin. Rasputin, conosciuto anche in Italia negli anni Settanta, fu liquidato, da noi come in Russia, con l'etichetta di "nazionalista" il che, nella nostra miopia ideologica e ignoranza dello stato delle cose, era poco meno che "fa­scista". Lo scarto tra realtà e apparenza era tanto più grande, nel no­stro caso, al tempo dell'Unione Sovietica, quando pur non accettando le versioni ufficiali, leggevamo sia Šolochov che Bul­gakov e Pasternak, ma non avremmo speso dieci minuti del nostro tempo per conoscere un pro­vinciale nazionalista come Rasputin.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questi non solo scriveva racconti ambientati nel mondo contadino siberiano, ma con­duceva la sua battaglia per salvaguardare l'eco-sistema della regione. Combatteva con la penna e con altri mezzi pacifici, si opponeva alla costruzione delle grandi dighe, tra cui la famosa centrale di Bratsk, sull'Angara, che avrebbero portato vantaggio a persone lontanis­sime da quelle che, invece, subivano il danno.
Non so se sia un bene o un male guardare le cose a distanza. La dif­ferenza sta, penso, nei concetti di politica e di storia. La storia è se­gnata da grandi eventi; che, se guardati da vicino, hanno signifi­cato catastrofi per coloro che li hanno vissuti, ma che a lunga distanza hanno impresso cambiamenti profondi all'umanità. Così, nel caso della centrale sull'Angara, questa ha comportato la distruzione di numerose testimonianze del passato, e per questo Rasputin ha cercato di opporsi. Perché l'inondazione dei vecchi villaggi in legno, delle case riverniciate ogni anno e dalle finestre decorate con amore e cura, dei banja, delle piccole chiese, delle capanne, ha comportato la fine di una storia e di una cultura. Allora qual è il "giusto" equilibrio tra tra­dizione e progresso? È possibile mantenere l'una e favorire l'altro? Di fronte all'enorme danno, nella fattispecie questi uomini hanno avuto qualche compenso se non quello ideologico, per essersi sacrifi­cati per il bene del socialismo? E loro, dove sono stati trasferiti? Sono stati costruiti ospedali alimentati dall'energia della centrale?
Di tutto questo Rasputin era ben consapevole e cercò, ora con la penna ora con altre azioni dimostrative, di opporsi alle decisioni che avrebbero compromesso l'assetto della regione. Perciò fu bollato di nazionalismo; quando questo concetto assume una connotazione ne­ga­tiva, venne più volte aggredito da squadracce locali, imprigionato. Non venne mai processato, naturalmente. E tutto questo lo si è ap­pre­so di re­cente. Per questa ragione i nostri amici siberiani desiderano che il nome di Ra­sputin venga liberato dal marchio di nazionalismo e gli vengano rico­nosciuti i meriti sia artistici che civili.



Commiato da Irkutsk

Il nostro treno per Ulan-Udé, seconda tappa del viaggio, partirà alle 20.35, e percorrerà un tratto della ferrovia transiberiana. Alle 7 è tutto pronto, valige, taxi, accompagnatori e in una decina di minuti siamo alla stazione. Qui si è riunita una piccola delegazione dell'Università Linguistica, molte ragazze sono venute a salutare le nostre studentesse. Eccole di nuovo a chiacchierare, scambiarsi gli ultimi indirizzi; una di loro verrà in Italia tra poco, con un programma di cooperazione internazionale.
Il treno sul quale viaggiamo è di classe "media", corrispondente al prezzo del biglietto (circa 30 euro a testa). Questa classe si riferisce non soltanto alla vetustà delle carrozze, ma anche al numero delle fer­ma­te, né molte né poche, cioè. Per percorrere circa 400 km ci mette­re­mo una decina di ore. Tutto concorre a dare il "sapore locale". A co­minciare dal samovar per l'acqua calda, che serve sia per il čaj che per l'istant soup, della quale i viaggiatori paiono particolarmente ghiotti. Abbiamo le cuccette riservate in due scompartimenti, e non c'è dubbio che il gruppo costituisca oggetto di curiosità generale. Dei due capovagone una è una ragazza molto carina e affabile (ennesima testimonianza che i siberiani sono più socievoli degli altri russi), l'altro un giovanotto che cerca di convincere delle americane sospet­tose a consegnargli il biglietto. Vuole rassicurarle che glielo restituirà all'arrivo, ma il suo inglese, ammette ridendo, è quello imparato guardando film americani, dove non si parla di biglietti del treno.

 

Le fermate, la lentezza del movimento, il sole che pare non voglia tramontare mai e getta una luce tutta particolare sui boschi di larici e di betulle, tutto ci induce a stare in piedi a guardare il paesaggio. Sfio­riamo una cittadina sulla costa sud del lago Bajkal. Attraversiamo villaggi di dacie, dove ferve intensa la vita dei villeggianti-agricoltori, impegnati a sfruttare ogni minuto della breve estate. E poi paesi ab­bandonati e cadenti. Per mantenerli in vita è indispensabile la presen­za costante dell'uomo. Sugli alberi spuntano le prime, pallide foglio­line, i corsi d'acqua in alcuni tratti sono ancora ghiacciati e la neve tutt'intorno lascia capire che l'inverno non è ancora finito. Mi sento un granello di sabbia nell'immensità della natura. Via via che il sole si abbassa, il paesaggio assume il tipico andamento della steppa, con colli­ne basse dalla cima sinuosa (le cosiddette sopki). Irkutsk è dive­nuta immediatamente lontana, non tanto nello spazio, quanto nella mia mente. Stiamo dirigendoci verso la Mongolia.
Ci corichiamo che sono passate da tempo le undici e ancora c'è luce nel cielo. La notte passa relativamente in fretta: ci sveglierà la capovagone alle cinque e mezzo con una tazza di čaj, per avvisarci che siamo in arrivo a Ulan-Udé.



Ulan-Udé, 28 maggio

Ulan-Udé (nome buriato, fino a qualche anno fa si chiamava col nome russo di Verchneudinsk) è la capitale della Repubblica buriata e, dal punto di vista geografico, forma un territorio unico contiguo con quello della regione di Irkutsk. Anche per questa ragione abbia­mo pensato che il nostro viaggio di studio a Irkutsk avrebbe dovuto completarsi dall'altra parte del lago Bajkal. A Nataša va buona parte del merito della "scoperta" e dell'organizzazione..
La storia di questa zona è fortemente legata a quella della Mongo­lia. Per qualche secolo il territorio oltre il Bajkal fu occupato dagli unni, che in seguito sarebbero stati sconfitti e cacciati da Khengis-kan. Qualche secolo più tardi giunsero i nuovi conquistatori, i russi, che segnarono subito il territorio con delle postazioni cosacche. Oggi la Repubblica buriata è una repubblica autonoma facente parte della Federazione Russa. Mentre a nord del lago Bajkal la popolazione russa ha preso il sopravvento sui buriati, a sud è per lo più di tipo mongolo-buriata, come si nota non solo nel capoluogo, ma anzi, e principalmente, nella campagna. Da una ventina d'anni si è ricomin­ciato a praticare la lingua buriata, però l'alfabeto è tutt'ora quello ci­rillico, che nel 1931 sostituì la scrittura in uso sin'allora, verticale, con i caratteri mongoli. Il tratto dominate del paesaggio sono la steppa e la taiga.
Alla stazione di Ulan-Udé, davanti alla carrozza 16 del treno N. 326 è ad attenderci Rada, che da questo momento accompagnerà ci ac­comperà per tutto il nostro soggiorno.
Devo riconoscere che, rispetto a Irkutsk, tutto sembra più organiz­zato, dal taxi alle stanze dove siamo sistemate. Che però, va aggiunto, non sono offerte dall'università, ma a nostre spese. Le ragazze sono alloggiate presso privati, in case che diremmo signorili; noi in un al­bergo di categoria media. Tutto è pulito; le strade appaiono in ordine e non c'è ombra di spazzatura. Il nostro albergo si chiama Barguzin, dal nome di uno degli immissari del lago Bajkal e uno dei luoghi più suggestivi del lago. L'albergo Barguzin è una tipica costruzione di epoca sovietica, con una grande hall, destinata, evidentemente, ad ac­cogliere folle di delegati. Tutto è molto pulito e ordinato: i pavimenti sono ripassati di continuo col cencio bagnato, il che rende il passo scivoloso e incerto. Anche gli scalini creano qualche proble­ma: sono repentini e di altezza variabile.
Abbiamo davanti a noi una giornata intensa, come del resto le due che seguiranno prima della partenza. Comincia col giro di accompa­gnamento delle ragazze, passando per il centro della città. Che è poi la piazza dei Soviet, leggermente in discesa e dominata da una testa di Lenin, la più grande del mondo, a quanto pare. Meno male che è solo la testa.
Dopo un breve riposo è fissato un incontro con i rappresentanti dell'università, in particolare della Facoltà di lingue straniere. Qui l'italiano non viene insegnato, e l'inglese è lingua obbligatoria per tutti. Scambio di doni e di cortesie con piccolo brindisi.
Tra gli studenti (ancora una volta si tratta quasi esclusivamente di ragazze) ci sono anche dei russi, ma sono la minor parte. Per lo più si tratta di buriati. Una di loro, minutina e platinata, è stata in Italia per­ché aveva, dice, un fidanzato napoletano. Dopo numerosi viaggi si sono lasciati perché le distanze sono troppo grandi. Effettivamente, sono più di sei ore di volo da Mosca. E cinque di fuso orario. Più in­tensi sembrano i rapporti con gli Stati Uniti, dove le ragazze fanno stages presso le imprese. E con la Cina e il Giappone, naturalmente, che sono comunque gli interlocutori privilegiati.
Cominciamo il giro della città. Con noi ci sono delle studentesse, che ritroveremo nei giorni successivi. Rada insegna marketing del tu­rismo all'università, ed ha proposto alle sue allieve di unirsi a noi, per familiarizzare e fare pratica. Si unisce anche una troupe di giornalisti proveniente da Mosca, che sta facendo un servizio su Ulan-Udé. Quando cominciamo il nostro giro il minibus è, tanto per cambiare, strapieno. Il tempo è variabile; quello che non cambia è il vento ge­lido. Saliamo sul "punto storico" della città e, proprio mentre Rada comincia il racconto prende a venir giù non si sa se acqua, ghiaccio o neve. I giornalisti, imperterriti, riprendono, le nostre ragazze, anche loro imperterrite, fotografano.
La storia di Ulan-Udé dopo la conquista russa è, sotto molti versi, simile a quella di Irkutsk e viene fatta risalire alla seconda metà del XVII secolo. Fino ad allora la zona era stata percorsa da mercanti che andavano e venivano dalla Cina. E di certo gli avversari dei russi erano non i buriati, la cui esistenza era pressoché ignorata, bensì i ci­nesi. La popolazione locale, sospinta e sballottata dagli inviati ora dello zar, ora del celeste impero, cercava riparo ora presso gli uni,  ora presso gli al­tri. Alla fine, a conti fatti, le imposte dello zar devono es­sere sembrate meno esose di quelle cinesi, e la terra popolata dai bu­riati divenne suddita dell'impero russo.
Ora ci troviamo nel punto più alto della città, tra i fiumi Udá e Se­lengá, luogo dell'antica postazione cosacca, che risale al 1666. Si trattava prima solo di un segno, un palo appuntito, che poi diventò un ostrog (ostrj significa acuminato), cioè un fortino. A ricordo è stata collocata una grossa croce in pietra...
A lungo quel punto strategico fu oggetto di contesa con la Cina, e soltanto nel 1690, grazie a un accordo il cui merito va a un inviato di Pietro I, Fëdor Golovin, l'impero russo poté contare sul possesso della zona, punto nodale per i traffici tra l'ovest e l'est. Da questo momento andò sviluppandosi la città, chiamata Verchneudinsk, cioè Udinsk di Sopra. Nel 1727 a Verchneudinsk giunse anche tal Anni­bale, l'abissino allevato ed educato alla corte di Pietro I, nonché ante­nato del poeta Aleksandr Puškin, il quale si ispirò pro­prio a lui per la "Storia dell'arabo di Pietro il Grande". Non è chiaro perché Annibale, che aveva studiato ingegneria ed era famo­so per la sua bellezza ed ar­guzia, finì proprio a Verchneudinsk, se perché speditovi dal suo pro­tettore o per traversie d'amore. Certa­mente non per premio.
La città si arricchì rapidamente grazie al fatto che si trovava sulla rotta commerciale tra Russia e Cina. Alla fine del Settecento si pote­vano già distinguere un centro urbano, situato in basso, lungo il fiume, e una fortezza a protezione dei commerci. Gli scambi avveni­vano particolarmente in occasione delle fiere, a gennaio (la più ricca) e a settembre. Centodieci abitazioni e tre chiese segnalavano l'opu­len­za raggiunta dalla città, che ricevette anche l'onore di uno stemma, rap­presentato dal caduceo su fondo dorato, a simbolo del dio Mer­cu­rio protettore del commercio. La merce più pregiata erano le pel­licce, ma anche il pesce e il grano costituivano fonti di ricchezza.
Grazie ai mercanti la città si fece decisamente russa. La catte­drale della Vergine Odighitria, della metà del Settecento, resta forse il mo­numento più bello di questo periodo. Ma fotografie dei primi del No­vecento mostrano una cittadina con case basse, per lo più a un solo piano, raramente sormontato da un altro piano. A permetterselo sono in pochi, anche perché avere case più alte è considerato socialmente riprovevole.

Dal "punto storico" riprendiamo la nostra visita della città a bordo del pulmino, tra scrosci improvvisi e raggi di sole. Domani sarà bello, ci rassicura Rada. La seconda tappa è un monumento, che purtroppo non segnalano né la LP, né la Guida della città appena edita su inizia­tiva dell'Istituto per il turismo (sono riconoscente a Rada per aver­mene regalata una copia); anche se una foto senza commenti appa­re su questa Guida. Si tratta del monumento in bronzo alle vittime delle repressioni "tra il 1935 e il 1950", ed è collocato proprio davanti all'edificio dove si trovava una volta l'NKVD, ovvero la polizia poli­tica. Rappresenta una donna e un bambino, entrambi privi della bocca, a indicare il silenzio al quale tutti erano costretti. Intorno alle due figure sono drizzate delle sbarre e sulle loro teste incombe un filo spinato. Rada racconta che suo nonno, il padre della madre, nel 1938 ven­ne arrestato e fucilato nel corso di una campagna, che aveva l'obiet­tivo di eliminare i rappresentanti della cultura nazionale, ossia l'intellighenzia buriata. La nonna venne spedita in un lager e i figli sparsi qua e là. Un destino che ha toccato milioni di russi, uzbechi, azerbaigiani, calmucchi, ceceni, osseti, che di questo preferiscono non parlare. La riabilitazione del nonno avvenne soltanto nel 1986. Perché così tardi, chiedo, quando la maggior parte delle vittime venne riabi­litata già una trentina di anni prima? Rada sorride. La Russia è grande, chissà quante volte si sono perdute le carte tra qui e Mosca... Di Rada abbiamo conosciuto poi la madre, vedova del poeta Dambá Žalsaráev, ministro della cultura buriata, nonché autore dell'inno na­zionale buriato. Ma questa è un'altra storia.

1809_statua 

La guida edita dall'Istituto per il turismo preferisce menzionare al­tri luoghi caratteristici della città, che sorgono in prossimità di quello che era una volta il mercato o gostinyj dvor, come tuttora si chiama. Ci fermiamo in prossimità della casa del mercante Apollon Kurbatov, un edificio caratterizzato dalle quattro colonne sulla facciata. Colonne che, spiega Rada, sono di larice come buona parte degli edifici, anche quelli che sembrano di pietra. Il larice, col suo fusto dritto e robusto, è, in un certo senso, la pietra locale. Apollon Kurbatov era proprieta­rio di vetrerie e di fabbriche di sapone, e venne decorato con l'ono­ri­fi­cenza di Sant'Anna per aver contribuito alle spese per il pon­te sul fiume Udá. In seguito la casa passò ad altri proprietari, i Ko­bylkin, anch'essi imprenditori e mercanti, nonché proprietari di di­stillerie. Do­po la rivoluzione l'edi­fi­cio divenne sede del governo locale.
Proprio di fronte al palazzo con le colonne si trova la casa, di di­mensioni più modeste, di un altro benemerito della città, il mercante Ivan Goldobin; questi si preoccupò di organizzare ricoveri per i figli dei deportati che, nella santa madre Russia, erano sempre in buon numero. E infine il mercato coperto, centro della vita commerciale della città, caratterizzato da serie di arcate sotto le quali, si immagina, trovavano riparo uomini e cose durante le fiere. Quello che vediamo ora venne costruito, con alterne vicende legate a speculazioni com­merciali, a partire dall'inizio dell'Ottocento. Per la conformazione delle arcate questo mercato coperto ricorda il gostinyj dvor di Pietro­burgo, ma l'insieme è alquanto confuso, il che si deve, probabil­men­te, alle vicissitudini che accompagnarono la sua costruzione e agli eventi storico-politici di cui la città fu testimone. L'impressione che ricaviamo da questo complesso è la traccia di una passata bellezza, che stenta ora a trovare una sua identità.
Osservo alcune foto della città. In nessuna o quasi nessuna appare la neve; segno che nella stagione invernale, quando il termometro per un paio di mesi raramente sale sopra i meno 30°, gli abitanti stanno per lo più al coperto. Ma poi l'arrivo della stagione calda è salutata da feste, giochi popolari, passeggiate collettive, dove spesso le donne in­dossano i costumi nazionali.
In una di queste foto, che deve risalire ai primi anni del secolo scorso, nella piazza, ben allineati, sono schierati centinaia di uomini a cavallo in uniforme militare; ai lati la folla osserva, mentre sopra le arcate, sui tetti, sono asserragliate altre decine di persone. Tutto im­mobile. Sta per succedere qualcosa. Una città che aspetta.
L'impressione di attesa permane. Tutt'oggi il rapporto della città col passato appare di difficile definizione, anche perché ogni epoca, ogni evento, sono valutati da punti di vista diversi. Il contributo of­ferto dai mercanti è accuratamente registrato. Per esempio, Pëtr Av­vakumovič Frolov nel 1898 versò 500 rubli per l'acquisto di un appa­recchio per i raggi x, nel 1901 ne versò 10mila per la costruzione del ginnasio, nel 1902 100mila per un laboratorio medico e 15mila per un centro di educazione professionale: segno questo di un incremento vertiginoso dei guadagni?
Come a Irkutsk, anche qui la toponomastica tende all'inerzia. La strada principale è via Lenin, che arriva diritta alla cattedrale della Vergine Odighitria, corre parallela alla via Comunista e attraversa via Kirov, via Kuibišev e via Sovetskaja.
Ripassiamo per la via Lenin e proprio vicino all'Arco di Trionfo (ma di questo parlerò tra poco), sull'angolo dove confluiscono tre strade, si trova un edificio dallo stile curioso, indicatoci come la Po­sta. Le decorazioni alle finestre sono veri capolavori di incisione li­gnea. Si tratta dell'asilo fatto costruire col contributo di Goldobin per i figli dei deportati, quando le autorità decisero di metterli al sicuro dalla promiscuità delle prigioni. Si sa che i deportati per reati comuni giungevano in Siberia con le loro famiglie, spesso assai numerose. L'asilo venne aperto nel 1874 e ospitava periodicamente dai 20 ai 35 bambini tra i 2 e i 17 anni, ai quali venivano insegnate arti e mestieri. Restò attivo almeno fino al 1920, anno in cui si sa che l'atamano Semjonov "e i detenuti Batyšev e Alemasov" versarono 500 rubli.
Le impressioni si accumulano l'una sull'altra. Vorremmo ancora guardare, osservare, confrontare, ma il vento ha ripreso a soffiare forte e, nonostante il sole ancora alto crei l'illusione di calore, siamo infreddolite e affamate. Andiamo a mangiare in una trattoria, famosa per i piatti locali. Si tratta in particolare dei buzy, o poza: dei grossi ravioli chiusi in alto e ripieni di carne di montone, che vengono pre­parati e cotti sul momento. L'abilità del cuoco sta nel cuocerli in modo da portarli in tavola che sembrino delle stufette fumanti dal pertugio in alto, quella dei clienti sta nel morderli senza farsi colare il brodo addosso. L'attesa è un po' lunga ma premiata dal risultato. In­torno a noi avventori prevalentemente buriati, che ci guardano con curiosità scolandosi buone quantità di vodka. Verso le 8.30 usciamo dalla trattoria. Il sole è ancora alto, ma noi crolliamo di sonno. L'indomani ci attende un'altra giornata impegnativa.



29 maggio

L'appuntamento è per le 11, sulla piazza dei Soviet, quella col te­stone di Lenin. Verranno con noi anche delle ragazze buriate, allieve di Rada.
Per raggiungere la piazza venendo dall'albergo Barguzín si passa sotto l'Arco di Trionfo, che merita alcune parole di commento. Come quello di Irkutsk, fu costruito per accogliere un imperatore. Questa volta era il granduca Nicola, il futuro zar Nicola II, proveniente da Vladivostok e di ritorno nella capitale. In previsione del ruolo che sa­rebbe stato di lì a poco chiamato a svolgere, gli era stato fatto intra­prendere un viaggio per tutte le terre dell'Impero. Sembra che, ovun­que si fermasse, venisse eretto un arco in suo onore. Il consiglio citta­dino fece spianare un boschetto che si trovava tra la grande piazza e l'asilo per i figli dei deportati e qui diede rapidamente inizio ai lavori. Come quello di Irkutsk, anche questo era in legno ricoperto di stuc­cature a mo' di intonaco, color ocra, com'era allora la moda degli archi. Passando di lì sotto, il futuro zar fece onore all'arco, che restò intatto per una trentina d'anni. Poi venne la rivoluzione, e per prima cosa fu tirata giù l'aquila bifronte; una ventina d'anni dopo venne ab­battuto l'intero arco. Quello sotto il quale passiamo ora è una rico­struzione recente, che si dice identica a quella di una volta; e risale al 2006.
Anche la piazza dei Soviet ha la sua storia, simile e al tempo stesso diversa, come tutti i monumenti della città. Questa piazza, è il caso di dirlo, ne ha viste di tutti i colori. Una vecchia foto mostra una distesa steppo­sa con degli edifici sui lati. Bassi, a un piano, massimo due, per lo più acquartieramenti militari. L'unico che si alza su due piani è la resi­denza del mercante Samuil Rozenštejn, trasformata in seguito (al tempo della guerra russo-giapponese) in Istituto per l'Oriente. Dopo il 1917 l'edificio cambiò nuovamente destinazione, per diventare poi quello che è rimasto, l‘Istituto di Lingue straniere.

All'inizio del Novecento sulla piazza avrebbe dovuto sorgere la ba­silica di San Giovanni Battista, era già tutto pronto, erano stati ver­sati i fondi da parte di alcuni mercanti, quando il progetto fu so­speso. Per vari anni la piazza restò deserta, finché non venne com­mis­sionato prima un monumento ai "Caduti per il comunismo", un obeli­sco in granito rosso che di lì a poco venne rimosso, quindi la Casa dei Soviet, un bell'esempio di architettura costruttivista. Si andò avanti con spostamenti e abbellimenti; a poco a poco furono abbattuti gli edifici in legno per fare posto all'architettura di stato, tra cui la sede del PCUS, quella del governo buriato, del Presidente e del Con­siglio di sicurezza buriato.
La posa della testona è del 1970, nel centenario della nascita di Lenin. L'insieme dà l'impressione di estremo eclettismo. Data l'am­piez­za della piazza, la si può guardare un po' per volta e ricevere im­pres­sioni diverse.
A Ulan-Udé di monumenti ce n'è per tutti i gusti, sia di memoria sovietica che, spe­cialmente negli ultimi anni, buriata. Tra questi, quello a Dorži Banzarov, "primo scienziato buriato" (1822-1855), alle ballerine del com­plesso Angara e al condottiero Geserú; tra i mo­numenti sovietici, tuttora numerosi, quelli ai partigiani caduti nel 1920, quello ai buriati caduti nella Seconda guerra mondiale e quello ai Conquistatori del cosmo. Un'enorme figura femminile con i bronzei veli al vento sta sorgendo davanti al teatro e penso che tra poco prenderà il sopravvento su tutte le altre.
L'appuntamento con Rada e le altre ragazze è per le 10 e il pro­gramma è assai ricco. La mattina è dedicata alla visita del principale centro buddista della regione, il monastero (datsán in lingua buriata) di Ivolga, a una trentina di chilometri da Ulan-Udé. Il pomeriggio a un centro di Vecchi credenti, dove è previsto anche che ci fermeremo per il pranzo.



Il monastero di Ivolga

I buriati sono prevalentemente di religione buddista, attestata dalla Carta, redatta in lingua buriata, con la quale nel 1576 si riconosceva il bud­dismo tibetano come la religione di tutta la Mongolia e si introdu­ceva la scrittura. Nel secolo successivo il buddismo si estese in tutta la regione e, all'inizio del Settecento, sembra che ci fossero ben 11 mo­nasteri sparsi in tutto l'Oltrebajkal. Quando, una trentina di anni dopo, le tribù, nomadi o stanziali, entrarono a far parte dell'impero rus­so, l'imperatrice Elisabetta riconobbe il buddi­smo tra le religioni di stato, tanto che di lì a poco sarebbero sorti nu­merosi monasteri, in se­guito distrutti o abbandonati a causa delle persecuzioni antire­li­gio­se. Nel frattempo, altri buriati, pagani, venne­ro "convertiti" all'orto­dos­sia. Il che spiega la diffusione dei nomi cri­stiani anche tra la po­po­lazione buriata.
Da un po' di anni a questa parte, la fine del potere sovietico ha portato a un rifiorire in tutto il paese della cultura religiosa e dei cen­tri buddisti, i datsán. Quello di Ivolga è senz'altro il più famoso, ri­conosciuto come il centro della cultura buddista buriata.
Il monastero è meta di pellegrinaggi e gite turistiche, e la visita, grazie anche alle spiegazioni e alla mediazione di Rada (buddista fer­vente), è una vera scoperta, anche se non mancano aspetti curiosi, al­meno al nostro occhio occidentale. Il luogo è protetto da una palizzata di legno e da alberi ai cui rami sono legati nastri votivi; le monetine disseminate all'ingresso sono, come i nastri, manifestazioni del culto religioso, che consiste nell'offrire continuamente doni alla divinità e ai suoi sacerdoti. Questo concorre a dare l'impressione di una cultura religiosa eterogenea, dove si mescolano sciamanesimo e buddismo.

1915_alberi

Il monastero comprende diversi templi, abitazioni dei monaci e centri di studio. Nell'aria risuona il canto dei monaci in preghiera, la cui voce nasce da un punto preciso della glottide. La musica è il ri­sultato di un lavoro costante di concentrazione e di alienazione, che crea l'effetto di un suono non umano. La preghiera è l'occupazione principale, e può essere intensificata grazie a dei tam­buri rotanti, gi­rati tante volte quante sono le preghiere che si vogliono rivolgere a Budda. Davanti ai templi ce ne sono diverse serie di varia grandezza, e tutti quelli che passano danno almeno un colpetto per farli girare.

1920_tamburi_rotanti

Un altro elemento interno al monastero è rappresentato da grosse pietre, intorno alle quali i fedeli girano seguendo la direzione del sole per liberarsi dalle cure quotidiane e presentarsi purificati al cospetto delle divinità nel tempio. Un lavoro ininterrotto: giri intorno alla pie­tra, giri dei tamburi porta-preghiera, lettura di preghiere, canti. Tutto questo è molto lontano dal nostro mondo occidentale, e si capi­sce che possa esercitare grandissimo fascino per chi vuole dedicarsi all'oblio della quotidianità.
Tanto che la mia percezione non va al di là del pittoresco, accen­tuata anche dal fatto che quasi tutti gli edifici sono stati da poco ver­niciati a colori vivaci. Tutt'intorno cani spelacchiati che, evidente­mente, sono ospiti fissi del monastero. Rada ci conduce in diversi templi. Al centro si trova uno spazio, che sembra essere destinato a chi vuole in­trattenersi per discettare e bere the; sul fondo un numero impreci­sa­to di statue votive; in mezzo un'im­ma­gi­ne di Budda, da solo o con la sua compagna o con i suoi discepoli, di varia grandezza. I più piccoli stanno a indicare quelli che devono ancora venire. Davanti sono disposti doni votivi. Molte cio­tole con chicchi di grano o riso e bastoncini d'incenso; ovunque mo­netine di rame. Tra i doni notiamo una scatola di cioccolatini Ferrero Rochet che, memore di una recente polemica, ho pensato subito fos­sero un'imitazione cinese.
Nella tradizione orientale non c'è il culto per l'originalità e per l'autenticità dell'antico. Perciò questi templi sembrano tutti uguali, tutti variopinti. Tanto più entrarci mi ha messo un po' a disagio, per­ché pensavo quanto fosse fuori luogo la mia banale curiosità.
Prima di entrare nel tempio più grande Rada ci ha raccontato una storia, che continuo a pensare fantastica, e che cercherò qui di rias­sumere. Bisogna premettere che, prima che il buddismo venisse rico­nosciuto ufficialmente come "fede dei lama", sul territorio popolato dai buriati c'erano 11 datsán e circa 150 lama, il cui numero andò crescendo nei secoli successivi. Con la Rivoluzione d'ottobre anche il buddismo, come le altre religioni, fu oggetto di persecuzioni. Queste furono particolarmente efferate quando la campagna antireligiosa si sommò a quella contro le minoranze nazionali: alla metà degli anni Trenta tutti i monasteri erano stati chiusi o distrutti e i monaci super­stiti ridotti al silenzio. Il primo a venire riaperto fu proprio quello di Ivolga, nel 1945, quando Stalin, forse per rinfrancare le popolazioni stremate dalla guerra, consentì un limitato esercizio del culto.

1896_tempio

Durante le persecuzioni, il capo spirituale dei lama della Siberia orientale e dell'Oltrebaikal, Dani Doržo Itigelov, XII lama Pandito Chambo, dopo aver invitato i suoi seguaci a disperdersi per il mondo, scelse il nirvana. Cioè di sprofondare, grazie alla volontà e alla pre­ghiera, in uno stato tra la vita e la morte, e di restarvi fino a quando fossero giunti tempi migliori. Quando il monastero di Ivolga fu ria­perto vi fu trasportato il corpo di questo lama, sempre in stato di nir­vana e rinchiuso in una teca di vetro, dove si trova tuttora. Una volta l'anno i fedeli possono ammirarlo, sempre nella sua teca di vetro, porgli domande, chiedergli grazie che, a quanto pare, lui concede solo ai pellegrini maschi. A sentire questa storia, Nataša storce il naso e leva gli occhi al cielo: anche noi a Mosca abbiamo il nostro pupazzo imbal­samato. Ma il lama è ancora vivo, continua Rada; il monaco ad­detto alla sua teca ogni tanto va a misurargli la temperatura che, assi­cura, si mantiene costante sui 36 gradi. Naturalmente nessuno le crede ma non lo dà a vedere. Colpisce questo miscuglio di fede, su­perstizio­ne e fanatismo, del quale non siamo immuni neanche in oc­cidente: "Il terremoto che ha recentemente funestato la regione cinese del Shi-Chuan è la punizione per le persecuzioni inflitte dai cinesi ai monaci tibetani", dice Rada tutta seria. Ma del suo monaco in stato di nirvana non ho trovato conferma nelle storie di Ivolga.
Più che dai tetti a pagoda sono attratta da una delle uscite del mo­nastero, che dà sulla steppa. È la prima volta che ne ho una visione così netta: una distesa sabbiosa dove cresce pigramente qualche ciuffo d'erba. In fondo non le montagne, ma le colline siberiane dal dorso arrotondato, le sopki. Saranno le reminiscenze letterarie (Če­chov e Platonov prima di tutti), ma non riesco a distogliere gli occhi da quel paesaggio e dal contrasto tra i colori legati al culto (vi­vaci e quindi per noi gioiosi) e il giallo ocra della steppa. Poco più in là una vecchia Žiguli ferma e una mucca che bruca un po' d'erba. Mi rendo conto che nel paesaggio mancano totalmente le strade.

1947_misurare_la_steppa

Beatrice misura la steppa con le braccia

Anche le nostre ragazze sono uscite, incuriosite da ciò che sta die­tro la palizzata. Le osservo e mi stupisce il fatto che al centro di ogni spettacolo, specialmente della natura, ci siano sempre loro, da sole, a coppie, tutte insieme, buffe, serie, sorridenti. Una, anzi la generazione egocentrica, almeno in apparenza. Ma sono simpatiche, allegre, posi­tive e attente.
Sono da poco passate le una e la tabella di marcia impone il suo ritmo. Partiamo in direzione di Tarbagataj; dai buddisti ai Vecchi cre­denti.



Tra i Vecchi credenti

I Vecchi credenti sono i seguaci dell'ortodossia religiosa che, nella seconda metà dei Seicento, non accolse la riforma del Patriar­ca Nikon. Per questo furono perseguitati e costretti a trovare scampo in località remote, dove conservarono non soltanto l'antico rito, ma anche tradizioni proprie, che costituiscono ora un patrimonio cultu­rale prezioso. Queste comunità si trovano tuttora nel Caucaso, nell'estremo Nord della Russia, in Canada, ognuna con proprie speci­ficità, propri riti e proprio folclore. Tra loro, come ho già accennato, il predicatore più famoso fu l'arciprete Avvakum, che giunse fin qui accompagnato dalla moglie e da uno stuolo di figli, le cui vicende si possono leggere nella sua bellissima autobiografia.
La storia della comunità di Tarbagataj, chiamata Semejskie (da sem'ja, che vuol dire famiglia) è forse ancora più speciale di altre (o forse tutte le comunità perseguitate hanno avuto storie speciali). In un primo tempo aveva trovato rifugio in terre polacche, ma quando la Po­lonia, alla metà del Settecento, venne spartita, proprio la parte dove loro si trovavano toccò alla Russia. La stretta contro gli scismatici si era un po' allentata, e la zarina Caterina II, nella sua misericordia, ac­cor­dò loro la grazia di scegliere un altro esilio; la comunità andò così a colonizzare le regioni dell'Oltrebajkal. Era gente pia e mansueta, sobria, lavoratrice e ordinata che si trasferì laggiù in grandi fami­glie­-co­munità (di qui il nome di Semejskie). I loro membri si ri­produ­ce­va­no con devozione ed entusiasmo, nonostante le avversità del clima.

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A Tarbagataj è previsto il pranzo, una visita al museo locale e un po' di festa. Qui tutto appare lindo e pulito, con le casette verniciate di fresco, pareti bianchissime, finestrine rosse e blu, palizzate verdi. Il pranzo è servito in una di queste casette. Siamo i primi turisti della sta­gione e grazie a ciò, ci dicono, la trattoria dove di solito si fermano i visitatori non è ancora pronta. Naturalmente non possiamo che ral­le­grar­cene. Sulla tavola sono disposte le specialità locali, una più buona dell'altra, anche perché preparate con prodotti del posto: šči, che è la mi­nestra tipicamente russa, qui chiamata šti, alla ma­nie­ra del russo antico, chvorost, pasta sottilissima fritta, che sotto i denti scricchiola come il suono della parola, pirožkí ripieni di čeriomuši, una marmel­lata aspri­gna fatta con bacche del luogo, e ancora pirogí ripieni di ca­volo e di omul', il famoso pesce del Bajkal.
Tutte queste delizie dovrebbero essere concluse con del the bol­len­te, ma l'energia elettrica è saltata e il the lo prendiamo tiepido. Ce ne accorgiamo appena. La padrona di casa ci spiega perché i sapo­ri sono così speciali e intensi: il lavoro nei campi o, meglio, nei loro orti, va dalla fine di maggio, cioè dal momento in cui l'ultimo ghiac­cio si scioglie, fino alla metà di agosto, quando torna il gelo. In quei due mesi e mezzo, massimo tre, si deve arare, seminare, raccogliere, e i prodotti del suolo devono affrettarsi a compiere il proprio ciclo per­ché, come il gelo è prolungato e intenso, così è breve e intensa l'estate; anche le api si adeguano al ritmo, aspettano con pazienza che sboccino i fiori, che sono grandi e turgidi, per poi precipitarsi a suc­chiare e produrre in poco tempo. Perciò il miele ha un sapore tutto speciale, e avrei voluto portarne via un po' per farlo conoscere anche dalle nostre parti.

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Usciamo dalla stanza da pranzo un po' ubriache di cibo, ma dob­biamo affrettarci alla fase successiva. È stato preparato un piccolo spettacolo, dove sei donne, in prevalenza anziane, vestite con gli abiti tradizionali, cantano le loro canzoni. C'è anche una voce maschile, un ragazzo sui vent'anni. Si chiama Volodja e dice di essere tedesco, ossia dei tedeschi del Volga, anche loro spediti a popolare le terre d'oriente. È difficile seguire le parole di questi canti, ma l'impres­sione è che siano un misto di canzoni della tradizione anti­co-russa e di motivi molto più moderni. Per esempio, si colgono pa­role come partizán, patróny (proiettili), sicuramente riferiti alla se­conda guerra mondiale.

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La seconda parte dello spettacolo consiste in una cerimonia nu­zia­le, la cui protagonista è Elena, una ragazza scelta nel nostro grup­po. La cerimonia della vestizione, delle danze e dei canti dura a lungo, con spiegazione cantata di ciascun particolare dell'abbi­glia­men­to; gran­de partecipazione da parte di Elena, mentre lo sposo (un ra­gazzo russo del nostro gruppo) resta completamente passivo, con non pic­co­lo di­sappunto da parte della sposa, ancorché fittizia. Se­guo­no giochi, can­ti e qualche ballo, più che altro dimostra­tivo. Come sempre, il tempo incalza e dobbiamo affrettarci. Dopo una visita alla chiesa e al mu­seo della tradizione vecchio-credente, dove spicca una bilancia gi­gan­te­sca, sensibile fino al decimo di grammo, ri­prendiamo la strada per Ulan-Udé.

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L'ultima fermata è sul Colle del leone, così detto perché la sago­ma ne ricorda il dorso con tanto di criniera. Ci arrampichiamo su per la collina sabbiosa, dalla cima della quale si apre una vista indimenti­ca­bile, su quasi 360°. Il sole che comincia ad abbassarsi ha pas­sato una pennellata di luce sopra ogni cosa, sul fiume, pigro, sinuoso, sugli alberi che disegnano le colline dalle cime arrotondate, sull'erba già di per sé dorata. Restiamo a lungo sulla criniera del le­one, senza riuscire a discendere in basso, verso il nostro autobus, fin­ché pare che sia la natura stessa, con ombre incipienti. a suggerirlo.



30 maggio, ultimo giorno

Il programma di oggi prevede la visita a un villaggio della tradi­zio­ne buriata, attrezzato per accogliere i turisti. Per entrare nell'atmo­sfe­ra, Rada ci ha invitato a salutare la sua mamma, dove sono state si­stemate tre delle nostre ragazze. Si capisce subito che si tratta di un appartamento non comune, dove vi abita gente non qual­siasi. La mamma di Rada era figlia di un esponente della cultura lo­cale che, come ho detto, è stato fucilato; dopo la guerra, per la gene­razione successiva, cominciarono tempi migliori. Il padre di Rada, Dambá Žalsaráev, era un poeta particolarmente apprezzato, ministro, nonché autore dell'inno na­zionale buriato, che comincia, all'incirca, con queste parole: "Taiga, laghi, steppa, piene di sole e di luce, fiorite da un estremo all'altro. Che tu sia felice, terra mia". La vedova del poeta ci regala un volume di poesie del marito e declama dei versi in lingua buriata. Era speaker della radio, e la sua voce suona chiara e canora. La lingua è molto melodica, e le vocali dominanti sono la e e la a, con tonalità e lun­ghezze diverse. Ci viene offerto un the, accompagnato da frittelle, che sono una specialità locale.
Alle undici e mezzo partiamo per il villaggio di Ačagat; alla guida dell'autobus è il fedele Shamil, di famiglia tatara trapiantata da gene­razioni in Buriatia. Ho l'impressione che nella regione intorno al lago Bajkal siano giunte coi secoli, tirate o sospinte, ondate di popolazioni diverse. Ad Ačagat ci attendono con le cerimonie tradizionali: le donne in costume ci offrono doni, rivolti tradizionalmente alla perso­na più anziana del gruppo: una sciapa gialla (colore tipica­mente bud­dista) e una coppa di latte di giumenta.
Ci dirigiamo subito al datsan, ricostruito da poco e onorato dalla visita dell'ultimo Dalai lama. Entrando nel tempio, facciamo un balzo indietro: al centro siede il Dalai lama, sembra in persona, di fatto un'effige lignea, di colore e dimensioni naturali, quindi identico all'originale. La suggestione è ancora maggiore se penso alle storie del nirvana, dei vivi che sembrano morti, e viceversa. Ci guida all'in­ter­no un giovanotto, che dice di amare l'Italia, per lui sinonimi di pizza e calcio. Spiega chi sono le centinaia di figure sul fondo del tempio, la questione del Budda e delle sue reincarnazioni. Non capi­sco molto, tranne che, qualunque cosa accada, si devono sempre at­tendere tempi migliori.

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Davanti ad altre immagini di Budda piattini con pietruzze, semi, grani, monetine di rame. Fuori della porta il giovanotto ci indica un sedile, che segna il punto dove si è fermato il Dalai lama. Passiamo poi a visitare il museo, nel quale dominano tre figure lignee, sedute. Una donna dal volto sorridente, della quale purtroppo non ricordo il nome preciso ma che chiamerò Asangá, che è anche la maestra e la factotum del villaggio, ci racconta la storia. Si tratta di tre personaggi, ai quali è rivolta la devozione dei credenti del villag­gio, la cui vi­cenda complessa si articola in una sorta di apostolato collettivo e di avventure favolose. Colpiscono le analogie con altre credenze religio­se. Per esempio quella della vecchia coppia, che non ha potuto avere figli maschi. Al vecchio viene dunque ordinato di trovarsi una sposa giovane, cosa che non solo egli fa di buon grado ma che anche la vec­chia accetta con gioia, così come il bambino che nascerà. Ciò che conta infatti è la devozione e l'obbedienza alla pre­scrizione. In queste storie si mescolano continuamente elementi sacri e profani, di ascesi e commercio.
La nostra Asangá con la mimica e le inflessioni della voce rende particolarmente vivace il racconto, densissimo di suoni e di parole, e sembra essere la prima a goderne. Le fanno corona altre donne che assentono nei momenti più emozionanti, accompagnando le parole con ampi sorrisi.

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In attesa del pranzo, Asangá ci propone un gioco, certamente molto popolare. Consiste nel tirare su un banco dei piccoli ossi, cer­tamente vertebre di montone; a seconda che venga mucca o toro, si può fare avanzare le nostre pedine. Non riesco a distinguere i due segni, ma dopo un po' tutte ci hanno preso l'occhio; la più divertita è, come sempre, Asangá.

Anche qui il pranzo è stato preparato secondo ricette tradizionali e con prodotti provenienti dagli orti e dalle stalle del luogo. Come il giorno precedente, è una festa a base di minestra appena tolta dal fuoco, pizze fumanti, smetana, frittelle, dolci a non finire. Ormai siamo viziate dai sapori e un po' sature di cibo. Quando ci viene pro­posta una cerimonia nuziale rifiutiamo cortesemente, nel timore di confonderla con quella del giorno precedente. Ma nel villaggio ci sono due uomini, le cui doti devono ancora esserci esibite. Uno, an­ziano, è campione di tiro con l'arco e di lotta, il secondo, poco più di un ragazzo, è solo campione di lotta. Si comincia con l'arco, enorme, dove tutte, una dopo l'altra, si cimentano facendo a gara a chi tira più lontana la freccia.

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Segue quindi un coro; a cantare sono, ancora una volta, le donne, ma anche il giovanotto Dambá. Il quale, avendo do­vuto rinunciare allo sposalizio, ora si esibisce nella danza dell'aquila. Indossate delle brachette e dei coprispalle azzurri orlati di giallo, compie piccoli passi ritmati intorno alle donne del coro, sbattendo le braccia piegate a mo' di alucce, quasi ad assecondare l'impulso del vento.
È tutto uno scattare foto, nelle quali viene inquadrata anche la nonna centenaria. La giornata si conclude con un'ultima escursione in cima a un colle, dal quale si gode un'altra bellissima vista sulla steppa, e dove la nostra accompagnatrice mostra ancora una volta le sue ascendenze sciamaniche, spargendo tutto intorno latte e frumento.

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Siamo ormai prossime alla partenza. Prendiamo commiato dalle donne di Ačagat, che riporranno i loro ammennicoli in attesa del prossimo gruppo di turisti (tedeschi, mi si dice). Con Nataša facciamo un ultimo giro in città. Ci siamo fatte tentare da un orafo artigiano e ci affrettiamo prima che chiuda. Alcuni gioielli sono realmente belli.

Le ragazze vogliono comprare gli ultimi souvenir. Chi sta con gli occhi puntati in avanti, chi a destra, chi a sinistra. Beatrice vola dietro il suo obiettivo, per riprendere tutto e tutti...


Percorsi precedenti:




Paolo Marrassini (docente a contratto)

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off offerta formativa di facoltà




Gloria Aurora Sirianni (docente a contratto)

Quale ricercatore confermato di Dialettologia italiana ha svolto numerose inchieste dialettali sul campo in area toscana e romagnola: per l'Atlante Lessicale toscano e per l'Atlante Linguistico dei laghi italiani. Ha pubblicato studi sul sistema fonologico del marradese, sulla terminologia relativa a simplices e loro usi nella farmacopea antica e popolare, sulle nomenclature naturalistiche di Ulisse Aldrovandi. Ha partecipato alle attività didattiche della Cattedra di Dialettologia Italiana, con esercitazioni propedeutiche per gli studenti del II anno su Criteri di utilizzazione del questionario dell'ALT e la redazione inchieste, e con corsi integrativi speciali dal titolo Lingua e Cultura, Fonetica e fonologia dell'italiano(studenti del II livello) e Fonetica storica dei dialetti italiani (studenti del I livello). Ha infine avuto l'affidamento di Lingua Italiana nel Corso di Diploma Universitario Operatore del Costume, e quindi del Laboratorio di linguistica italiana per il Corso di Laurea Progettazione della moda (Facoltà di Architettura) e della Moda e di Dialettologia Italiana (Facoltà di Lettere).
Dal 1 Novembre 2007 in pensione, è docente a contratto di Dialettologia Italiana (Facoltà di Lettere).


Pubblicazioni

 


Ricevimento

 

Dipartimento di Linguistica (Stanza di Dialettogia)
II semestre venerdì 13.30-14.30.

Dal 15 Maggio al 15 febbraio su appuntamento
Contatti possono essere presi anche per e-mail: gloriaaurora.sirianni atunifi.it

 

 

 

Esami

Giovedì 10 aprile 2008, ore 14.00

Venerdì 30 maggio, ore 9.30
Venerdi 20 giugno, ore 9.30
Venerdi, 4 luglio, ore 9.30

Orario delle lezioni

mer 15-17 (aula 1)
gio 11-13 (aula 2)
ven 11-13 (aula 1)


 

A.A. 2007–2008

I modulo: 30 ore (6 crediti) Istituzioni di Dialettologia e Elementi di Etnolinguistica.

Elementi di Linguistica

Fonetica e fonologia

Gli strumenti della dialettologia

Classificazione dei dialetti italiani

Lingua e cultura

Manuali

Letture di approfondimento etnolinguistico da concordare col docente anche via e-mail.

Per i non frequentanti

Gli studenti che non possono frequentare dovranno comunque iscriversi all’inizio del semestre e concordare personalmente con la docente il programma d'esame anche via e-mail.

Manuali

Letture di approfondimento etnolinguistico o geolingistico da concordare col docente anche via e-mail.

II modulo: 30 ore 6 crediti Dialettologia e Geolinguistica.

Linguistica storica

Manuali

Opere di consultazione

Letture di approfondimento da concordare col docente anche via e-mail

Approfondimento etnolinguistico alcuni articoli a scelta da concordare col docente anche via e-mail

Approfondimento geolinguistico alcuni articoli a scelta da concordare col docente anche via e-mail


 

a.a. 2006-2007


Modulo 1 (di base: 30 ore, CFU 6)
Istituzioni di dialettologia e elementi di etnolinguistica.

Elementi di Linguistica
La comunicazione
Il segno linguistico
Lo spazio linguistico
L'evento linguistico

Fonetica e fonologia
fonazione e fonetica articolatoria
definizione di foni, fonemi
grafie fonetiche
elementi di fonetica storica: dal latino ai dialetti italiani

Gli strumenti della dialettologia
vocabolari
grammatiche
atlanti
riviste specializzate

Classificazione dei dialetti italiani
lettura della carta dei dialetti italiani di G. B. Pellegrini

Lingua e cultura
sostrato, adstrato e superstrato
le aree bartoliane
cambio semantico e paretimologie
aree bartoliane applicate al folclore
omonimia / sinonimia
etnoscienza e tassonomie popolari
tabù

Manuali
Grassi C., Sobrero A. A., Telmon T. 2003 Introduzione alla dialettologia italiana, Bari, Laterza. capitoli 1-3.
Marcato, C. 2002 Dialetto, dialetti, e italiano, Bologna, Il Mulino: capitoli 8-10.
Pellegrini, G. B. 1977 Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini.
Berruto, G. 1999 Corso elementare di Linguistica generale, Torino, UTET. Capitoli 1 (1.2, 1.3), 2, 3. (solo per gli studenti che non abbiano nel piano di studi nessun esame di linguistica)

Letture di approfondimento etnolinguistico da concordare col docente anche via e-mail.

Modulo 2 (30 ore, CFU 6)
Dialettologia e geolinguistica

Fonetica storica approfondimenti

Morfologia e formazione della parola
seguendo la grammatica del Rohlfs

Approccio ai dialetti
lettura di testi dialettali trascritti

 

Geolinguistica
Gli atlanti linguistici
Lettura e analisi di carte di atlanti linguistici a confronto

Manuali
Grassi C., Sobrero, A. A., Telmon T. 2001 Fondamenti di dialettologia italiana, Bari, Laterza.
Devoto G., Giacomelli G. 1991 I dialetti delle regioni d'Italia, Firenze, Sansoni.
Massobrio, L. Corso di Geografia Linguistica, Novi Ligure, ed. Arti Grafiche Novesi.
Letture di approfondimento geolinguistico da concordare col docente anche via e-mail.

Opere di consultazione
Cardona, G. 1988 Dizionario di Linguistica, Roma, Armando.
DEDI Cortelazzo M., Marcato C. 1998 Dizionario etimologico dei dialetti italiani, Torino, UTET.
DELI Cortelazzo M., Zolli P. 1979-88 Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli.
REW Meyer-Lubke, W. 1992 Romanisches Etymologisches Worterbuch, Heidelberg, Carl Winter Universitatverlag.
Rohlfs, G. 1949-54 Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten, Bern, A. Francke AG. (trad. it. 1966-69 Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi).